C’è un equivoco che da anni accompagna il dibattito sullo spopolamento della Calabria. Si continua a immaginare che chi parte rincorra una carriera da copertina e che chi torna abbia bisogno soltanto di un incentivo, di un bando o di un finanziamento per avviare un’impresa.
La realtà è molto più semplice. Chi parte cerca lavoro. Un lavoro dignitoso, stabile, adeguatamente retribuito. Cerca la possibilità di costruire la propria autonomia, di mettere a frutto competenze e studi, di progettare una vita senza essere costretto a scegliere tra precarietà e partenza.
E chi vorrebbe tornare non è necessariamente un imprenditore. Molte persone vorrebbero semplicemente poter svolgere la propria professione nella terra in cui sono nate e cresciute, trovare opportunità, servizi efficienti, trasporti adeguati e prospettive di vita.
Per questo siamo stanchi di vedere il tema affrontato quasi esclusivamente attraverso bonus, case a un euro, bandi sperimentali e incentivi all’imprenditorialità. Possono essere strumenti utili, ma non affrontano la radice del problema. La Calabria perde giovani da decenni. Intere generazioni hanno lasciato i nostri paesi e le nostre città. Eppure continuiamo a trattare questa emorragia demografica come una questione marginale, quando dovrebbe essere una priorità nazionale.
Non è normale che i territori del Sud si svuotino per alimentare la crescita delle aree più forti del Paese. E non è normale che, una volta arrivati al Nord, sempre più giovani italiani siano costretti a lasciare anche l’Italia per cercare altrove quelle opportunità che qui non trovano.
Assistiamo a un doppio svuotamento: il Mezzogiorno perde popolazione verso il Nord e l’Italia perde popolazione qualificata verso l’estero. Nel frattempo intere comunità si impoveriscono, i servizi si riducono, le scuole chiudono, l’età media cresce e il futuro si allontana.
C’è poi un’altra narrazione che dovremmo superare: quella per cui chi resta è un sopravvissuto e chi torna è un eroe. Restare non dovrebbe essere un atto di resistenza. Tornare non dovrebbe essere un gesto straordinario. Dovrebbero essere possibilità normali.
Il problema del Sud non è un problema del Sud. È il problema nazionale più grande che l’Italia continua a sottovalutare. Non può esistere un Paese che ogni anno perde intere comunità generazionali senza interrogarsi seriamente sul proprio futuro.
Il diritto a partire deve essere una libertà, come il diritto a restare e il diritto a tornare che devono diventare una scelta reale, non un privilegio per pochi.










