Le persone under 35 continuano a lasciare il Sud. Ed è un problema che riguarda tutta l’Italia

Il problema del Sud non è un problema del Sud. È il problema nazionale più grande che l'Italia continua a sottovalutare. Non può esistere un Paese che ogni anno perde intere comunità generazionali senza interrogarsi seriamente sul proprio futuro.

C’è un equi­vo­co che da anni accom­pa­gna il dibat­ti­to sul­lo spo­po­la­men­to del­la Cala­bria. Si con­ti­nua a imma­gi­na­re che chi par­te rin­cor­ra una car­rie­ra da coper­ti­na e che chi tor­na abbia biso­gno sol­tan­to di un incen­ti­vo, di un ban­do o di un finan­zia­men­to per avvia­re un’im­pre­sa.

La real­tà è mol­to più sem­pli­ce. Chi par­te cer­ca lavo­ro. Un lavo­ro digni­to­so, sta­bi­le, ade­gua­ta­men­te retri­bui­to. Cer­ca la pos­si­bi­li­tà di costrui­re la pro­pria auto­no­mia, di met­te­re a frut­to com­pe­ten­ze e stu­di, di pro­get­ta­re una vita sen­za esse­re costret­to a sce­glie­re tra pre­ca­rie­tà e par­ten­za.
E chi vor­reb­be tor­na­re non è neces­sa­ria­men­te un impren­di­to­re. Mol­te per­so­ne vor­reb­be­ro sem­pli­ce­men­te poter svol­ge­re la pro­pria pro­fes­sio­ne nel­la ter­ra in cui sono nate e cre­sciu­te, tro­va­re oppor­tu­ni­tà, ser­vi­zi effi­cien­ti, tra­spor­ti ade­gua­ti e pro­spet­ti­ve di vita.

Per que­sto sia­mo stan­chi di vede­re il tema affron­ta­to qua­si esclu­si­va­men­te attra­ver­so bonus, case a un euro, ban­di spe­ri­men­ta­li e incen­ti­vi all’imprenditorialità. Pos­so­no esse­re stru­men­ti uti­li, ma non affron­ta­no la radi­ce del pro­ble­ma. La Cala­bria per­de gio­va­ni da decen­ni. Inte­re gene­ra­zio­ni han­no lascia­to i nostri pae­si e le nostre cit­tà. Eppu­re con­ti­nuia­mo a trat­ta­re que­sta emor­ra­gia demo­gra­fi­ca come una que­stio­ne mar­gi­na­le, quan­do dovreb­be esse­re una prio­ri­tà nazio­na­le.

Non è nor­ma­le che i ter­ri­to­ri del Sud si svuo­ti­no per ali­men­ta­re la cre­sci­ta del­le aree più for­ti del Pae­se. E non è nor­ma­le che, una vol­ta arri­va­ti al Nord, sem­pre più gio­va­ni ita­lia­ni sia­no costret­ti a lascia­re anche l’I­ta­lia per cer­ca­re altro­ve quel­le oppor­tu­ni­tà che qui non tro­va­no.
Assi­stia­mo a un dop­pio svuo­ta­men­to: il Mez­zo­gior­no per­de popo­la­zio­ne ver­so il Nord e l’I­ta­lia per­de popo­la­zio­ne qua­li­fi­ca­ta ver­so l’e­ste­ro. Nel frat­tem­po inte­re comu­ni­tà si impo­ve­ri­sco­no, i ser­vi­zi si ridu­co­no, le scuo­le chiu­do­no, l’e­tà media cre­sce e il futu­ro si allon­ta­na.

C’è poi un’al­tra nar­ra­zio­ne che dovrem­mo supe­ra­re: quel­la per cui chi resta è un soprav­vis­su­to e chi tor­na è un eroe. Resta­re non dovreb­be esse­re un atto di resi­sten­za. Tor­na­re non dovreb­be esse­re un gesto straor­di­na­rio. Dovreb­be­ro esse­re pos­si­bi­li­tà nor­ma­li.
Il pro­ble­ma del Sud non è un pro­ble­ma del Sud. È il pro­ble­ma nazio­na­le più gran­de che l’I­ta­lia con­ti­nua a sot­to­va­lu­ta­re. Non può esi­ste­re un Pae­se che ogni anno per­de inte­re comu­ni­tà gene­ra­zio­na­li sen­za inter­ro­gar­si seria­men­te sul pro­prio futu­ro.
Il dirit­to a par­ti­re deve esse­re una liber­tà, come il dirit­to a resta­re e il dirit­to a tor­na­re che devo­no diven­ta­re una scel­ta rea­le, non un pri­vi­le­gio per pochi.

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