Oggi ILGA-Europe ha pubblicato la Rainbow Map 2026, la classifica annuale che misura quanto gli Stati europei garantiscono diritti e protezioni alle persone LGBTQIA+. L’Italia scende dal 35° al 36° posto su 49 Paesi, con un punteggio del 24,11%, in calo rispetto al 24,41% del 2025.
Ancora una volta, peggioriamo. Ancora una volta, scendiamo. E quello che i numeri per categoria raccontano è qualcosa di ancora più grave: su crimini d’odio e hate speech basati su orientamento sessuale e identità di genere, l’Italia ottiene zero. Su integrità corporea delle persone intersessuali, zero. Su riconoscimento legale del genere, quasi nulla. Non è arretramento: è assenza. È un Paese che su interi ambiti di tutela non esiste, che ha lasciato pagine bianche laddove una legge, un protocollo, un riconoscimento avrebbero potuto riempire un vuoto. E tutto questo mentre ricorre il decennale della legge Cirinnà, l’unica norma che nel nostro Paese riconosce le persone LGBTQIA+ e i nostri legami.
Vale la pena ragionare su questi dieci anni. Su cosa è successo, su cosa non è successo, su cosa ci siamo dettɜ e su cosa ci siamo taciutɜ. Perché le ricorrenze servono a questo: non a celebrare, ma a fare i conti con la realtà.
La legge Cirinnà è l’unica norma che nel nostro Paese riconosce le persone LGBTQIA+ e i nostri legami. L’unica. In dieci anni non se n’è aggiunta un’altra. In dieci anni, ogni passo in avanti che questa comunità ha ottenuto è venuto dall’unico potere dello Stato che non poteva permettersi di ignorarci del tutto: i tribunali. Sono stati i giudici, non il Parlamento, a spingere il riconoscimento delle famiglie arcobaleno. Sono state le sentenze, non le leggi, a tenere aperto uno spiraglio che la politica continuava a voler chiudere. Questo è il quadro. Non un’Europa che corre e un’Italia che arranca: un’Italia che ha smesso di camminare e ha delegato alla giurisprudenza il compito di fare politica al suo posto.
Ma facciamo un passo indietro. Perché la legge Cirinnà non è nata forte e poi è stata lasciata sola. È nata già vecchia rispetto all’Europa. È arrivata in aula con le stepchild adoptions già sacrificate sull’altare del compromesso parlamentare, costruita deliberatamente su un impianto di serie B rispetto al matrimonio, pensata per essere tollerabile a chi non voleva davvero tollerarla. Era una legge che portava i segni del ricatto politico nel proprio DNA. Eppure la si difende, e si continua a difenderla, perché è tutto quello che abbiamo. Non perché sia abbastanza.
Qui sta il nodo più importante di questi dieci anni. In questo periodo ci sono state esperienze di governo che avrebbero potuto aprire uno spiraglio. Non governi nemici delle persone LGBTQIA+, almeno non dichiaratamente. Governi che si collocavano nell’area progressista, che siedevano al tavolo dell’Europa, che usavano il linguaggio dei diritti. Governi che hanno scelto di non farlo. Di non toccare la legge Cirinnà. Di non presentare un ddl sul matrimonio egualitario. Di non mettere mano al diritto di famiglia per portarlo in linea con i Paesi europei più avanzati. Quella non è stata inerzia. È stata una scelta politica. La scelta di considerare i nostri diritti un terreno troppo divisivo, troppo costoso, troppo complicato da affrontare. La scelta di usare le nostre vite come moneta di scambio in equilibri di coalizione che non ci riguardavano.
Non è un processo a ritroso, e non è risentimento. È una constatazione che ha conseguenze reali ancora oggi. Il campo progressista, se vogliamo ancora chiamarlo così, non ha ancora chiarito cosa vuole fare. Non ha ancora assunto un impegno programmatico netto, vincolante, non negoziabile su matrimonio egualitario e diritto di famiglia. Continua a parlare di diritti in astratto e a rinviarli in concreto. E in questi tempi, con questo governo, con questa destra che ha trasformato le nostre vite in materiale propagandistico, quella vaghezza non è più accettabile.
Perché il governo in carica non è stato vago. Ha avuto le idee chiarissime. Ha attaccato le famiglie arcobaleno nei tribunali, contestando i certificati di nascita dei bambini e delle bambine con due genitori dello stesso sesso. Ha ostacolato i percorsi di affermazione di genere con un tavolo tecnico istituito senza coinvolgere le persone trans, con l’obiettivo dichiarato di rendere quei percorsi sempre più inaccessibili. Ha criminalizzato la gestazione per altri come reato universale, perseguendo cittadinɜ italianɜ per scelte fatte all’estero, in Paesi dove quella pratica è legale, mentre applaudiva chi, come Elon Musk, vi aveva fatto ricorso grazie al privilegio economico. Ha costruito l’ostilità verso le persone LGBTQIA+ come linea di governo, sistematica, coerente, ideologicamente connotata. E lo ha fatto mentre l’Italia scivolava dal 35° al 36° posto nella Rainbow Map, totalizzava zero nella colonna dei crimini d’odio, scendeva al 24,11%, senza che questo sembrasse imbarazzare nessuno nei palazzi che contano.
Quegli zeri vanno detti ad alta voce, perché non sono numeri, sono scelte politiche cristallizzate in una tabella. L’Italia non ha una legge che includa orientamento sessuale e identità di genere tra le aggravanti per i crimini d’odio. Il ddl Zan fu affossato nel 2021, e da allora nessuno ha avuto il coraggio, o la volontà, di ripresentarlo con quella determinazione. E il fatto che forse quella norma arriverà in Italia tramite una direttiva europea è la sconfitta di una classe politica, quella nazionale, che ha deciso di non agire e lasciare che fossero altri a decidere. L’Italia non ha nulla sull’integrità corporea delle persone intersessuali: nessun divieto agli interventi chirurgici non consensuali sui minori, nessun meccanismo di monitoraggio, nessun accesso alla giustizia per le vittime. Zero su zero su zero.
Su questa ostilità sistematica vale la pena soffermarsi, perché non è fatta solo di leggi e di voti parlamentari. Si traduce in vite concrete, in corpi che pagano il prezzo di ogni inazione e di ogni attacco. E le persone che pagano il prezzo più alto, in questo Paese, sono le persone trans e non binarie, e tra di loro le persone minori.
I dati che abbiamo, e sono i dati ufficiali di ISTAT e UNAR, raccontano una storia di esclusione strutturale. Una persona trans su due ha dichiarato di aver vissuto almeno un episodio di discriminazione nell’ambito della ricerca di lavoro, legato alla propria identità di genere. Il 46,4% dei rispondenti ha rinunciato a presentarsi a un colloquio, o a candidarsi per una posizione, pur avendone i requisiti, perché sapeva che la propria identità avrebbe condizionato negativamente l’esito. Non si è nemmeno presentatə, perché sapeva già cosa l’aspettava. Il 57,1% di chi è occupatə o ex-occupatə ritiene che la propria identità di genere abbia costituito uno svantaggio in termini di carriera, retribuzione o riconoscimento professionale. Più di otto su dieci riportano microaggressioni sul luogo di lavoro. Il 37,1% ha sperimentato un clima apertamente ostile o un’aggressione nel proprio ambiente lavorativo. E il 70% di chi subisce discriminazioni non denuncia, non perché non voglia, ma perché non si fida, perché sa che la denuncia costa più di quanto rende, perché le tutele esistenti sono insufficienti e spesso inaccessibili. Questi non sono numeri astratti. Sono vite tagliate. Sono carriere bloccate. Sono persone costrette a scegliere ogni giorno se essere se stessɜ o avere un reddito.
E questo accade in un contesto in cui il governo, invece di costruire protezioni, ha lavorato per demolire anche le poche tutele informali che le persone trans si erano ritagliate. Le identità alias nelle scuole, lo strumento con cui studentɜ trans potevano essere chiamatɜ con il proprio nome nei registri e nei documenti interni agli istituti, vengono negate con crescente sistematicità. Non esiste una normativa nazionale che garantisca uniformità: ogni scuola decide per sé, ogni preside può decidere di no, ogni studentɜ trans può trovarsi davanti a un muro diverso a seconda della città in cui vive, dell’istituto che frequenta, della sensibilità, o dell’ostilità, di chi dirige. Nell’agosto 2025 il governo ha approvato un disegno di legge che introduce controlli più stringenti sull’assistenza sanitaria di affermazione di genere per i minori, subordinando ogni trattamento all’autorizzazione di un comitato nazionale di etica, con l’istituzione di un database AIFA per monitorare farmaci e dati medici delle persone trans minorenni. Questo non è caos burocratico: è violenza istituzionale diffusa, che agisce capillarmente sui corpi e sulle identità delle persone più giovani.
La scuola, del resto, è il terreno su cui si misura con più brutalità il fallimento di questo Paese sul fronte dell’inclusione. I dati europei raccontano che in Italia il 68% delle persone LGBTQIA+ ha subito bullismo, ridicolizzazione o scherno nel proprio percorso scolastico, un dato che supera di 25 punti percentuali la già preoccupante media europea del 43%. Il monitoraggio nazionale sull’anno scolastico 2024–2025 segnala che il bullismo omofobico agito è in aumento, sia nella forma sistematica che in quella occasionale, e che questo aumento è riconducibile, parole del rapporto stesso, a contesti di legittimazione sociale di determinati comportamenti. Il linguaggio politico ha conseguenze fisiche sui corpi dei ragazzi e delle ragazze. Solo il 17% de studentɜ LGBTQIA+ riferisce che i temi legati a orientamento e identità vengono affrontati apertamente e positivamente nelle aule. Il 64% non rivela la propria identità a compagnɜ e insegnanti.
In questo contesto, la risposta del governo non è stata investire nella formazione degli insegnanti, costruire protocolli di protezione, garantire che ogni scuola fosse uno spazio sicuro. La risposta è stata il disegno di legge Valditara, approvato in prima lettura dalla Camera a dicembre 2025, che vieta qualsiasi attività sull’affettività e la sessualità nelle scuole dell’infanzia e primarie, e impone il consenso informato scritto delle famiglie per qualsiasi percorso nelle medie e superiori. La Commissione Cultura della Camera aveva in precedenza approvato una risoluzione Sasso, Lega, che chiedeva di eliminare dalle scuole qualunque contenuto riferito all’identità di genere e all’orientamento sessuale, con restrizioni sull’accesso ai bagni e l’esclusione delle persone trans dalle competizioni sportive. È la scuola come campo di battaglia ideologico, combattuta sui corpi dei minori. Il Ministero dell’Istruzione ha anche vietato con circolare l’uso dello schwa e dell’asterisco in tutte le comunicazioni ufficiali, nell’ambito della guerra dichiarata al linguaggio inclusivo. Per il secondo anno consecutivo, il medesimo Ministero ha omesso qualsiasi riferimento alla persecuzione delle persone LGBTQIA+ durante l’Olocausto nella circolare ufficiale per il Giorno della Memoria.
Tutto questo, la marginalizzazione lavorativa, la violenza scolastica, gli attacchi istituzionali alle persone trans, gli zeri nella Rainbow Map, non vive separato dalla questione dei diritti civili e sociali che viaggiano insieme. Ne è la conseguenza diretta. Quando lo Stato non riconosce una persona, manda un segnale a tutta la società: quella persona è meno. Meno degna di tutela, meno meritevole di rispetto, meno presente nei documenti, nei registri, nelle leggi. E quella gerarchia simbolica si traduce in gerarchia materiale: nell’accesso al lavoro, nell’accesso alla casa, nell’accesso alla scuola come luogo sicuro.
Per questo la connessione tra diritti civili e diritti sociali non è un’aggiunta, è la spina dorsale di una politica LGBTQIA+ che voglia essere davvero di sinistra. Chi viene espulsə dalla famiglia di origine, e le persone LGBTQIA+ giovani lo subiscono in misura sproporzionata, spesso non trova strutture di accoglienza adeguate, non accede agli alloggi popolari perché i criteri di assegnazione non riconoscono le sue forme familiari, subisce discriminazioni nel mercato privato dell’affitto senza strumenti legali efficaci. I dati della Gay Help Line parlano di oltre il 34% delle persone seguite che evidenziano situazioni di emergenza abitativa, spesso connesse all’allontanamento forzato dalla famiglia. L’abitare queer è una questione politica. La povertà LGBTQIA+ è una questione politica. La precarietà che si accumula quando si è espulsɜ dalla famiglia di origine e non si trovano strutture di accoglienza è una questione politica. E il matrimonio egualitario non è una questione simbolica: è accesso ai mutui, alle eredità, alle pensioni di reversibilità, all’assistenza sanitaria, a tutte le tutele che il matrimonio porta con sé e che le unioni civili garantiscono solo in parte, quando le garantiscono.
In questi dieci anni la visibilità delle persone LGBTQIA+ nel dibattito pubblico è cresciuta, spesso loro malgrado. È cresciuta anche la violenza politica e simbolica contro di noi. Nel 2025 la Gay Help Line ha registrato un aumento del 12% dei casi di violenza e discriminazione rispetto all’anno precedente, con oltre 21.000 contatti in un anno. I Pride sono diventati più grandi e più necessari nello stesso momento. Le sentenze hanno fatto il lavoro che la politica non faceva. La comunità si è stretta, ha resistito, ha inventato strategie di sopravvivenza e di lotta in un contesto sempre più ostile. E il campo progressista ha continuato a ondeggiare, nicchiare, rimandare.
In questo decennale, noi di Possibile abbiamo chiaro cosa c’è da fare. Difendere la legge Cirinnà è il minimo. Il minimo necessario, irrinunciabile, ma il minimo. Quello che serve è che il campo progressista smetta di trattare il matrimonio egualitario e il diritto di famiglia come un tema sensibile da maneggiare con i guanti. Servono impegni chiari. Un ddl che esiste, che ha un numero, che viene discusso, che arriva in aula. Una legge sui crimini d’odio che finalmente includa orientamento sessuale e identità di genere, perché quegli zeri nella Rainbow Map non sono statistiche, sono persone aggredite senza che lo Stato le riconosca come vittime di odio. Protezioni reali per le persone trans sul lavoro. Scuole sicure garantite per legge. Non ci sono più margini per le ambiguità.
La Rainbow Map 2026 ci ha dato oggi il suo verdetto: dal 35° al 36° posto. La risposta politica è già scritta: non basta quello che abbiamo, e chi vuole governare questo Paese deve prendere apertamente un impegno chiaro e senza ambiguità. Per tuttɜ, per noi.










