Tre fatti politici regionali legati alla sanità calabrese hanno alzato ulteriormente il livello di insofferenza e sfiducia dei cittadini verso la Regione. Tre decisioni, o annunci che, nel loro insieme, raccontano con chiarezza che quando l’emergenza bussa alla porta, la Giunta regionale continua a muoversi senza una visione, affidandosi all’improvvisazione come fosse una strategia.
Nessuno nasconde le difficoltà, perché sarebbe propaganda spicciola. La sanità è un sistema complesso, in crisi in molte parti d’Italia, e la Calabria paga da anni un prezzo più alto per ragioni strutturali, storiche e amministrative. Ma proprio quando le condizioni sono più dure, la politica dovrebbe dimostrare di essere all’altezza e assumere decisioni chiare, anche impopolari, sostenute da responsabilità e competenza, non limitarsi a inseguire il consenso o a mettere toppe.
Il primo fatto riguarda l’accordo politico-istituzionale tra Calabria ed Emilia-Romagna, attivo dal 1° novembre 2025 al 31 dicembre 2027. L’intesa nasce con l’obiettivo dichiarato di governare la mobilità sanitaria e ridurre il cosiddetto “turismo sanitario”, introducendo tetti di spesa per le prestazioni extra-regionali. In teoria, la Calabria dovrebbe rafforzare la propria offerta pubblica, mentre l’Emilia-Romagna dovrebbe indirizzare i pazienti verso il sistema calabrese, salvo i casi di alta complessità. È previsto anche un meccanismo di controlli di appropriatezza sui ricoveri, e un divieto per i professionisti delle due regioni di svolgere attività libero-professionale nella regione controparte.
È facile criticare questo accordo, e non perché si voglia fare opposizione per principio. Lo si critica perché, dentro un contesto di carenze locali oggettive, rischia di trasformarsi in una barriera sociale. Di fatto scoraggia la possibilità di cura per chi è in difficoltà economica e non può permettersi alternative, imponendo un limite che non colpisce tutti allo stesso modo.
È un meccanismo che produce una discriminazione evidente: le classi agiate continueranno a curarsi dove vogliono, chi non ha risorse resterà intrappolato in un sistema che non garantisce ancora le prestazioni necessarie. E quando il diritto alla salute diventa una variabile dipendente dal reddito, non siamo più nel campo delle politiche sanitarie: siamo nel campo della rottura del patto sociale.
Il secondo fatto riguarda il cosiddetto “Emendamento Cannizzaro”, presentato e propagandato come una misura risolutiva per una classe medica calabrese schiacciata da carichi di lavoro, carenze di organico e difficoltà operative. In realtà, il decreto sottopone i medici anziani a una scelta che viene raccontata come senso di responsabilità, ma che assomiglia molto di più a una resa: l’idea che si possa tappare la falla strutturale del sistema richiamando in corsia chi è già al limite, o chi avrebbe diritto a un’altra fase della vita. E anche se tutti rientrassero, si tratterebbe comunque di un miglioramento parziale e temporaneo. Una vittoria di Pirro, venduta come conquista mentre certifica l’incapacità di programmare davvero.
Il terzo fatto, infine, è un annuncio delle ultime ore, in pieno stile elettorale. La Regione dichiara di voler offrire agli anziani un “taxi sanitario” per raggiungere le cure quando non sono disponibili sotto casa, ipotizzando di utilizzare fondi europei per coprire il servizio e, secondo la propaganda, intervenire anche sulle liste d’attesa.
Il problema non è solo l’idea in sé, che potrebbe persino avere una sua utilità in un sistema ben progettato. Il problema è il messaggio: viene lanciato come soluzione, senza una spiegazione adeguata, senza un impianto tecnico, senza un piano operativo pubblico. E quando si danno questi contenuti in pasto a un’opinione pubblica esausta, la sintesi diventa semplificazione grossolana. È anche per questo che noi non crediamo agli annunci.
Possibile Calabria non crede da molto tempo alle misure dettate dalla “disperazione sanitaria”, quella condizione in cui diversi governi, regionali e nazionali, hanno coscientemente gettato questa regione, trasformando la sanità in una macchina che vive di emergenze, di deroghe, di commissariamenti, di propaganda e di piccoli interventi spot. Nel panico sono finiti i cittadini, ma nel panico sembrano finire anche i governanti di turno, incapaci di costruire un percorso serio. E mentre il sistema si indebolisce, si prende la via dell’indebitamento, che nel migliore dei casi è solo una soluzione a medio termine, e nel peggiore è un rinvio irresponsabile del problema. Il punto politico vero è che non basta parlare di risorse.
Servono risorse, certo, ma serve anche capacità di spesa, capacità amministrativa, capacità di programmazione. E questo significa costruire strutture tecniche reali, gruppi di studio e attuazione dei programmi locali composti da professionisti della sanità e della spesa sanitaria selezionati per competenza, non per fedeltà, non per sorteggio, non attraverso sistemi bizantini che producono immobilismo e deresponsabilizzazione. Significa introdurre una governance capace di decidere dove investire, come distribuire le risorse, con quali obiettivi misurabili e con quale esito sull’economia, sulla società, sulla qualità della vita. Perché sappiamo bene che la sanità è in difficoltà ovunque. Ma in Calabria la sanità non è solo un servizio: è l’unica ricchezza reale di chi non ha un patrimonio personale. È l’unico argine per chi non può comprare la cura. E quando si continua a smantellare quella struttura, si smantella la possibilità stessa di una comunità.
La sanità, la cura, la salute: oggi in Calabria stanno diventando un patrimonio che si disperde in una massa crescente di consumi privati. E questo rende impossibile qualsiasi progettazione sociale collettiva. Lo vediamo in questa fase confusa e incoerente, in cui da una parte si proclama il diritto universale alla salute, e dall’altra si spinge la frammentazione e la privatizzazione come se fosse l’unica via. Ma la sanità pubblica non è un capitolo di spesa: è uno dei capisaldi fondamentali della convivenza.
La Calabria viene governata da anni con la logica dell’emergenza: si interviene dopo, si contano i danni, si chiede lo stato di calamità, si scarica la responsabilità sul cielo o sul mare. Ma il cielo e il mare non c’entrano più. C’entra la politica, e c’entrano le scelte. Perché lo spopolamento non è un destino, ma è una scelta semplice. È il risultato di territori lasciati senza strade, senza presidi, senza medicina di prossimità, con ospedali sempre più lontani e irraggiungibili. E quando per curarti devi partire, prima o poi parti anche per vivere. Serve buon governo del territorio e dei servizi pubblici, serve programmazione, serve capacità amministrativa.
E oggi, in Calabria, manca questo.
Silvio Frascà
Silvia Giandoriggio
Calabria Possibile









