C’è qualcosa di profondamente inquietante in quello che sta accadendo attorno a Francesca Albanese.
La richiesta di dimissioni avanzata dal ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot non è un episodio isolato: è l’avvio consapevole di una campagna politica di delegittimazione, immediatamente seguita da altri ministri degli Esteri europei di Germania, Austria, Repubblica Ceca e Italia. Una sequenza coordinata che non nasce dal confronto nel merito, ma dalla volontà di colpire chi ha svolto fino in fondo il proprio mandato, con una campagna strutturata da reti di potere che vogliono silenziare chi si occupa di Palestina.
Il motivo è evidente: Francesca Albanese, nel suo ruolo di Special Rapporteur delle Nazioni Unite, ha documentato con rigore giuridico e fattuale il genocidio in atto in Palestina. Ha applicato il diritto internazionale. Ha fatto ciò che le Nazioni Unite dovrebbero fare. Ed è proprio per questo che oggi viene attaccata.
Anche in Italia si replica lo stesso schema. Una parte dei media continua a rilanciare parole mai pronunciate, titoli costruiti ad arte, ricostruzioni false con conseguente sdoganamento della valnga di odio sui social, oramai praterie senza controllo, dove nemmeno davanti ai video ufficiali o alle dichiarazioni scritte, si fa un passo indietro. È un rovesciamento deliberato della realtà: la verità viene trasformata in menzogna e la menzogna in verità. Una strategia chiara, che serve a colpire la persona per non affrontare il contenuto delle sue denunce. Se il messaggio è politicamente insostenibile, si tenta di eliminare il messaggero.
In questo quadro riteniamo gravissima la posizione del ministro Antonio Tajani, che sceglie di schierarsi contro il lavoro di una Relatrice ONU invece di difendere il diritto internazionale, l’autonomia delle Nazioni Unite e il principio di responsabilità degli Stati. Come Possibile, esprimiamo una contrarietà totale e radicale a questa scelta. È una posizione che indebolisce l’ordine internazionale fondato sul diritto, legittima l’impunità e contribuisce a svuotare il ruolo stesso delle Nazioni Unite. Non in nostro nome, non a nome di chi crede nella legalità internazionale, nei diritti umani e nella pace.
Non è un caso isolato. È la stessa strategia che ritroviamo nel ddl antisemitismo a firma del senatore Maurizio Gasparri, che tenta di equiparare la critica politica allo Stato di Israele e al suo governo all’antisemitismo. Un’operazione pericolosa, che strumentalizza una lotta reale e necessaria per colpire il dissenso politico, criminalizzare la solidarietà con il popolo palestinese e mettere sotto accusa il diritto internazionale stesso.
Quello che sta accadendo a Francesca Albanese parla anche della crisi strutturale delle Nazioni Unite, sempre più paralizzate dallo squilibrio di potere del Consiglio di Sicurezza, dai veti e dagli interessi degli Stati più forti e occidentali, a discapito dell’Assemblea Generale e degli organismi indipendenti di monitoraggio. È chiaro, quindi, che quando il diritto viene subordinato ai rapporti di forza, chi lo difende diventa un bersaglio.
Piena, convinta solidarietà a Francesca Albanese e al lavoro che ha svolto come Special Rapporteur per documentare il genocidio in atto in Palestina. Difendere lei oggi significa difendere il diritto internazionale, la credibilità delle Nazioni Unite e la dignità di un popolo sotto assedio.
Difendere Francesca Albanese oggi significa anche denunciare il fallimento morale e politico dell’Occidente, che invoca il diritto internazionale solo quando conviene e lo calpesta quando mette in discussione rapporti di potere, alleanze e interessi strategici, o anche economici e finanziari. Se chi documenta un genocidio viene attaccato e delegittimato mentre chi lo compie continua a godere di protezione e impunità, allora il problema non è Francesca Albanese: è un ordine internazionale che ha smesso di essere giusto. E noi non intendiamo esserne complici.
Francesca Druetti, Segretaria Nazionale di Possibile
Gianmarco Capogna, Comitato Scientifico di Possibile









