Sicurezza, immigrazione e legittima difesa: il filo nero che le unisce

In un articolo particolarmente illuminato e profondo, Ezio Menzione su Il Dubbio di oggi coglie il comune denominatore violento e securitario del decreto sicurezza e immigrazione e del progetto di legge sulla legittima difesa
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In un articolo particolarmente illuminato e profondo, Ezio Menzione su Il Dubbio di oggi coglie il comune denominatore violento e securitario del decreto sicurezza e immigrazione e del progetto di legge sulla legittima difesa: chiusura (in se stessi e nella propria sempre più privata dimora), respingimento dell’altro (migrante e intruso diventano sinonimi), compressione del ruolo della magistratura e della sua autonomia, indebolimento del diritto di difesa.

Fino al paradosso/monstrum del gratuito patrocinio garantito per legge al gioielliere che spara e uccide per difendere i propri beni e negato al migrante che si difende in giudizio contro il diniego della protezione internazionale.

Un ribaltamento fragoroso e senza precedenti dei principi più sacri dello stato di diritto, tra cui appunto il diritto inviolabile della difesa, per il quale, ai sensi dell’art. 24 della Costituzione “Sono assicurati ai non abbienti, con appositi istituti [quale il patrocinio a spese dello Stato, ndr], i mezzi per agire e difendersi davanti ad ogni giurisdizione.”

Mi capita di pensare, in questi giorni e in queste ore cruciali, in cui il Parlamento è impegnato nella discussione della proposta dai Legge sulla legittima difesa e nella conversione (senza emendamenti e con la fiducia?) del decreto sicurezza e immigrazione a quello che avrei detto e fatto se fossi stato (ancora) un deputato, membro della Commissione Giustizia della Camera, come mi è capitato di essere nella XVII legislatura. E mi scorrono nella mente le pregiudiziali di costituzionalità, gli emendamenti, l’ostruzionismo parlamentare, la mobilitazione dentro e fuori le istituzioni contro il deturpamento dei principi fondamentali della Repubblica…

Non è nostalgia di un luogo o di un ruolo ma è rabbia fresca e bruciante per il senso di ingiustizia che quelle odiose misure suscitano e per l’impossibilità di gridare quella rabbia (con tutte le buone ragioni dell’umanità e della Costituzione) ad un ministro pericoloso e impunito e alla sua ossequiosa, scodinzolante, asservita maggioranza (salvo rarissime eccezioni).

Per questo metterò tutta questa rabbia (che è istanza insopprimibile di giustizia) nella presentazione del libro, «Il capitale disumano», che ho scritto insieme a Stefano Catone, Giuseppe Civati e Giampaolo Coriani, per raccontare il decreto dell’odio e della vergogna. E per ragionare con tutte e con tutti dell’alternativa culturale e politica che Possibile contrappone ad un modello alimentato dall’ignoranza, dall’egoismo e dalla paura.

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