Nessun Paese è un’isola – I rifugiati non evaporano col freddo

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ROMA / MILANO / ITALIA

Le temperature iniziano a calare lungo tutta la penisola e – anche a fronte dei cospicui sbarchi di settimana scorsa – si registra l’aggravarsi di alcune situazioni, in particolare nelle “due capitali” del Paese.

A Roma, come in un assurdo gioco dell’oca, i migranti (o sarebbe meglio dire “transitanti”) una volta ospiti del centro Baobab sono di fatto inseguiti dalle forze dell’ordine, senza che la Giunta guidata da Virginia Raggi riesca a trovare una soluzione definitiva. Prima è stato chiuso il Baobab e le persone che vi trovavano ospitalità si sono spostate all’esterno, in via Cupa. Poi – a seguito di numerosi tentativi caratterizzati da identificazioni di persone già identificate (sì, avete letto bene) – è stata sgomberata via Cupa e le stesse persone si sono recate a Piazzale del Verano, trovando per un breve lasso di tempo ospitalità presso l’adiacente cortile della Basilica di San Lorenzo, per poi essere sgomberate anche da lì. Si parla di pochissime centinaia di persone che – diamo una notizia a sindaca Raggi e premier Renzi – non evaporeranno durante l’inverno, anzi. E’ davvero così difficile trovare un luogo dove ospitarle?

La protesta dei “transitanti” al Campidoglio, settimana scorsa.

Anche Milano sta vivendo in queste ore una situazione critica: lo spazio adibito all’accoglienza dei transitanti presso la Stazione Centrale è pensato per 150 persone, ma nei giorni scorsi si è toccata la cifra record di 730. Si tratta in larga parte di persone provenienti dalla Libia e nella ricostruzione de La Stampa, tra l’altro, emerge un particolare che non è la prima volta che incontriamo. Sapendo di andare incontro a violenze, torture e stupri, «le donne spesso, prima di partire, si fanno potenti iniezioni di ormoni, per non rimanere incinte nelle violenze che sanno già che dovranno subire nel loro lungo viaggio». Allo stesso tempo i volontari hanno denunciato episodi di prostituzione che coinvolgono giovani donne. Anche in questo caso, quanto ci vorrà perché il governo intervenga (se interverrà)?

Sul fronte governativo prosegue la discussione sulla riforma del sistema di accoglienza. Il percorso si incardina su tre punti:

  1. Progressiva esclusione dei centri straordinari per i comuni che aderiscono alla rete SPRAR;

  2. Quote fisse per ogni comune (variabili da 1,5 a 2,5 migranti ogni 1000 residenti);

  3. Un contributo al comune di 500 euro all’anno per migrante ospitato.

Una soluzione miracolosa (e alquanto improbabile) potrebbe arrivare dall’Egitto: il magnate egiziano Naguib Sawiris, la cui idea originale era acquistare un’isola dell’Egeo da destinare ai rifugiati, ora sembra aver trovato nella Basilicata il luogo dove realizzare il suo progetto. Sawiris sostiene di non voler «essere solo un businessman famoso ma un nome associato a qualcosa di umanitario», esclude che l’Egitto possa mettere sullo stesso piatto aiuti economici e gestione dei migranti (ma Angela Merkel non è della stessa opinione) e offre una curiosa lettura dell’intervento russo in Siria: «L’arrivo di Putin, positivo o negativo, ha imposto un cambio di passo. Muoiono innocenti in Siria? Si. L’intervento russo è buono? No. Ma è meglio che stare fermi a guardare». C’è da aspettarsi qualcosa di buono? Non credo, ma staremo a vedere.

Naguib Sawiris.

Una buona notizia, ma parziale, riguarda l’approvazione del testo di legge sul caporalato che punirà con la reclusione da uno a sei anni chiunque sfrutti il lavoro altrui approfittando dello stato di bisogno del lavoratore.

Parziale perché, purtroppo, non interviene su una fattispecie fondamentale del caporalato: spesso lo sfruttamento si concentra su persone che soggiornano irregolarmente in Italia e che – chiaramente – non si recheranno dai carabinieri o dalla polizia per denunciare lo sfruttamento, essendo essi stessi per primi “colpevoli”. In questo senso, il superamento del reato di immigrazione clandestina è ancor più necessario, ma questo governo ha già dimostrato di non volersene occupare facendo decadere precisa delega votata dal Parlamento. Per questo motivo Andrea Maestri (parlamentare di Possibile) ha proposto l’introduzione di un permesso di soggiorno per motivi di protezione sociale di durata biennale per i lavoratori stranieri sfruttati, ma la proposta è stata bocciata.

 

RITORNO IN AFGHANISTAN

Abbiamo già denunciato nelle scorse puntate il doppio accordo tra paesi europei e Afghanistan: su un binario la concessione di aiuti economici e sull’altro binario il rimpatrio di cittadini afghani. L’Alto rappresentante della politica estera dell’UE, Federica Mogherini, negò che ci fosse alcuno scambio (money for refugees, potremmo dire), smentita dal Washington Post, secondo il quale ufficiali del governo Afghano hanno dichiarato di essere stati sottoposti a pressioni per legare il supporto finanziario all’accordo sulle deportazioni, mentre il ministro degli esteri tedesco, Frank-Walter Steinmeier, avrebbe dichiarato che l’impegno del proprio paese, pari a 470 milioni di dollari all’anno, è connesso alla questione migratoria.

Anche la BBC ha sollevato la questione, scrivendo che alla conferenza di Bruxelles del 5 ottobre «70 donatori internazionali, inclusa l’UE, hanno impegnato 15,2 miliardi di dollari da qui al 2020 in aiuti allo sviluppo economico […]. Tuttavia, a fianco di questo moto di generosità, c’era l’impegno da parte dell’Afghanistan ad accettare il rimpatrio di 200.000 rifugiati arrivati in Europa nel 2015. L’UE – continua BBC – è disponibile ad accettare molti rifugiati siriani perché considera la Siria una zona di guerra, ma non considera l’Afghanistan una zona di guerra, nonostante il paese sia fatto a pezzi dalla guerra». Curioso, poi, che parallelamente ai 15,2 miliardi di aiuto allo sviluppo, «i finanziamenti per l’esercito afghano – circa 5 miliardi di dollari all’anno – procederanno separatamente».

Badate bene a tre ulteriori aspetti:

  1. secondo il governo tedesco l’accordo con l’Afghanistan offrirà una “base affidabile” sia per i rimpatri volontari sia per quelli forzati (fonte: Associated Press);

  2. inoltre è previsto che possano essere rimpatriati anche i minori non accompagnati “se sono garantiti un’accoglienza e degli accordi di presa in carico adeguati” (fonte: Associated Press).

  3. la percentuale di domande d’asilo avanzate da cittadini afghani e accettate, in Unione Europea, è stata pari al 60% nel 2015. Ora – curiosamente… – si è scesi al 35%, nonostante la situazione in Afghanistan sia peggiorata (fonte: Washington Post).

Viene da chiedersi se ci sia un solo aspetto positivo di questa vicenda, che praticamente non ha trovato spazio nel dibattito pubblico.

D’altra parte non è giustificato alcun stupore. Un accordo del genere rientra a pieno diritto nell’approccio adottato dall’Unione europea e che ha trovato una prima applicazione nell’accordo con la Turchia, che finanziamo lautamente, e che ora annuncia di voler costruire un muro lungo 900 chilometri (900 chilometri!) al confine con la Siria.

 

#PINOTTIRISPONDA

E con lei Gentiloni. L’argomento è sempre l’esportazione di armi dal nostro paese verso l’Arabia Saudita, paese che da mesi sta bombardando lo Yemen. E’ sufficiente questa circostanza, cioè che un paese sia in stato di guerra, perché entri in azione la legge 185/1990 che vieta l’esportazione di armi dal nostro paese. Eppure, gli ultimi dati ISTAT (la denuncia proviene dall’Osservatorio OPAL di Brescia e da Giorgio Beretta) dicono che anche a luglio 2016 dali’Italia sono partite “armi, munizioni e loro parti ed accessori” per un valore equivalente a 19 milioni di euro. Vanno a sommarsi a spedizioni precedenti per raggiungere la quota di 60 milioni di euro a partire dal primo aprile 2015 (l’Arabia Saudita ha iniziato i bombardamenti a fine marzo). La ministra Pinotti sostiene che non sia di propria competenza, ma di competenza del ministro Gentiloni perché – ed è vero – l’ultima parola sulle autorizzazioni all’esportazione spetta al dicastero degli Esteri. Peccato che da quel fronte tutto taccia e che la ministra Pinotti si sia appena recata in visita a Riad per discutere di collaborazione in campo militare. Sia i dati dell’ISTAT che la documentazione fornita dalle associazioni (Rete Disarmo in particolare) certificano l’invio di armamenti verso un paese in guerra qual è l’Arabia Saudita. Su questo possiamo porre un punto fermo, praticamente, ed è quanto basta per violare la legge 185/1990. Quel che ora resta da capire è se le armi usate in Yemen siano le stesse esportate dall’Italia: documenti fotografici non escludono affatto questa ipotesi, anzi. Chi può risolvere il mistero – perché in possesso dei dettagli sulle armi inviate, omessi dalle relazioni parlamentari – è il governo. Solo così sarà possibile fare chiarezza sulle nostre responsabilità.

 

GOOD NEWS

E’ stato trovato l’accordo per il trasferimento di 300 minori dal campo di Calais (che il governo francese ha annunciato smantellerà) verso il Regno Unito. Si tratta in larga parte di siriani e afghani. E’ una buona notizia, ma dovrebbe essere la normalità, perché questi minori si appellano alle regole europee sul ricongiungimento familiare. Una condizione che ha spinto molti di loro a tentare comunque l’attraversamento della frontiera a volte pagando con la vita.

BAD NEWS

Il 12 novembre scade il periodo concesso dal Consiglio europeo a Austria, Germania, Svezia, Danimarca e Norvegia per il ripristino dei controlli alla frontiera, in deroga al principio di libera circolazione sancito da Schengen. Il problema è che quattro di questi cinque paesi (manca Oslo all’appello) hanno già dichiarato di puntare ad ottenere un prolungamento. La motivazione riguarderebbe, ancora, la sicurezza. Il ritorno alla libera circolazione, insomma, si allontana.

E’ stata annunciata la chiusura del campo profughi di Dadaab (ospita circa 400mila persone), che si trova in Kenya, ed è il più grande campo profughi al mondo. Che ne sarà dei rifugiati che ci risiedono? Non si sa. E particolare preoccupazione desta la situazione dei cittadini somali.

 

MUST READ (AND WATCH)

Un bellissimo lavoro del Washington Post sulle barriere e i muri che dividono il mondo. Dati, video, foto, interviste. Tutto da guardare.

Questa settimana – mentre i libri sono in stampa – Nessun Paese è un’isola fa tappa a Sestri Ponente, venerdì, e a Peschiera Borromeo (Milano), domenica. Vi aspetto numerosi e, come sempre, vi invito a contattarmi e a diffondere la newsletter. Per iscriversi è sufficiente compilare il form a questo link: https://goo.gl/forms/8EGduiLjl3ucZJGq2

A settimana prossima!

stefano

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