Non si parla abbastanza di quanto sta succedendo in Turchia, dove due settimane fa la polizia ha dato il via a una delle retate più grandi di sempre contro le persone LGBTQIA+.
Come ha scritto Murat Cinar, “nella notte tra il 12 e il 13 settembre” ci sono state “perquisizioni in 15 città, almeno 47 persone fermate, associazioni e locali presi di mira, siti e account social oscurati. A Istanbul, il 14 settembre, una manifestazione di protesta è stata dispersa dalla polizia.”
Mentre continua la repressione e gli account social delle associazioni LGBTQIA+ vengono censurati, la condizione delle persone detenute è drammatica. L’associazione Kaos GL ha denunciato che “i suoi membri sarebbero sottoposti fin dal primo momento del fermo a gravi violazioni: perquisizioni corporali integrali usate come forma di tortura, accompagnate da insulti, umiliazioni e minacce mirate all’orientamento sessuale e all’identità di genere.”
I fermi e gli arresti riguardano, oltre le persone LGBTQIA+, anche giornaliste e giornalisti rei di aver fotografato persone che si baciano, o che partecipano alle manifestazioni di protesta: un attacco alla libertà di stampa durissimo, che si inserisce in un sistema di repressione e compressione dei diritti che il regime di Erdogan porta avanti da decenni, mentre il nostro Paese e l’Unione Europea continua a stringere accordi per la gestione dei migranti e per la vendita di armi.
Negli scorsi giorni a Napoli, Milano e Roma si sono tenuti dei presidi davanti all’ambasciata turca, per protestare contro quanto sta avvenendo. Una flebile voce si è alzata da parte di Christian Wigand, portavoce della Commissione Europea, ma non è abbastanza. C’è bisogno che le nostre istituzioni raccolgano le istanze di chi è sceso in piazza e intervengano presso le sedi diplomatiche, per esercitare pressione su Erdogan e smettere di essere dalla parte dell’oppressore.
Continuiamo a insistere.










