La campagna elettorale culturale

Le parole, i riflessi, la loro relazione con le cose, il riferimento con la realtà.

Le frasi da non dire, le semplificazioni a cui non cedere, le scorciatoie sul ciglio del burrone di cui diffidare, le frasi fatte che però con i fatti c’entrano pochissimo.

Prendere le distanze (ma tipo anni luce proprio) dai numeri sparati, dalle promesse non mantenute (una promessa essendo sempre una bugia, diceva il poeta), dalle parole troppo veloci, che colpiscono l’uditorio ma non spiegano nulla.

Abbattere muri che rischiano di escludere noi stessi, che ci troviamo dalla parte sbagliata del muro, oltre ai disperati della terra. Nazionalismi che tornano come se fossero una bella cosa e sono invece paradossali per le nazioni più fragili e esposte.

Sottrarsi a inerzie conservatrici che minacciano sfracelli ma adottano ricette superate trent’anni fa.

Liberarsi da politiche di autoconservazione che minano la conservazione del genere umano (già) e la possibilità di vivere su questa terra (vedi alla voce cambiamenti climatici).

Più che un ramoscello d’Ulivo, ci vuole un paletto di frassino contro i mostri che si affacciano sulla scena del mondo, a cui risponde un sistema stanco e sempre più tetragono.

Più che un eterno ritorno dell’uguale, ci vuole proprio l’uguale (=), nell’indicare come si possano ridurre le disuguaglianze e trovare la «misura dell’anima». Progressività, redistribuzione, giustizia sociale.

Gli investimenti che riguardano il futuro, a cominciare dall’autonomia energetica, dal non dover dipendere più da sceicchi e dittatori.

I diritti riconosciuti a tutt*, senza eccezioni o ghirigori, perché la libertà di ciascuno di vivere la propria vita non trovi alcun impedimento determinato dalle convinzioni degli altri, soprattutto se queste convinzioni sono letteralmente liberticide.

La laicità della Repubblica, senza alcuna opacità.

Le parole per raccontare un mondo diverso, immediatamente associate a numeri e agli strumenti per cambiare le cose. Senza scorciatoie, slogan, occhiolini, contumelie e battutine.

Pensieri lunghi contro larghe intese che non hanno dato alcun risultato, se non quello di far scivolare verso destra la cosiddetta sinistra, con trasformismi ormai grotteschi e una notte in cui le vacche sono nere, anzi non ci sono proprio più.

Ecco, mentre i grandi gruppi decidono quando e come si andrà a votare, mezzo partito del governo si interroga se lasciare il governo ovvero il partito, cambiamo proprio modo di pensare alla politica, restituendola alla sostanza di cui dovrebbe occuparsi: come rendere sostenibile la vita delle persone (articolo 3), come far pagare le tasse alle multinazionali (che non le pagano) in una corretta proporzione e progressività (articolo 53), come rispettare il lavoro e una paga dignitosa per tutti e tutte (articolo 36), come gestire l’accoglienza in modo rigoroso e compatibile con il benessere di tutti (risalendo alle cause, articolo 10 ma anche 11), come fare in modo che la tecnologia ci aiuti a preservare la bellezza (articolo 9). E avanti così, articolo per articolo, punto per punto, in un catalogo illustrato delle cose che faremmo al posto di quelle che vediamo.

Chi vuole partecipare, scriva a [email protected], noi promuoviamo questo. E scusate se è poco.

Prima delle elezioni, viene la cultura politica e il progetto di società e di governo. Tutto il resto è tattica, è ceto, è noia.

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