A fine agosto il sud di svuota, di nuovo. Non rendiamo poetica una disuguaglianza

La questione meridionale riguarda il modello di Paese che vogliamo diventare. Settembre ce lo ricorda ogni anno, mentre qualcuno chiude una valigia e riparte. Possiamo continuare a trasformare quella valigia in una fotografia malinconica della fine dell’estate, oppure domandarci quanta libertà possa contenere quella valigia: la libertà di restare, la libertà di partire, la libertà di tornare. La libertà di scegliere di avere una possibilità.

A fine ago­sto, al Sud, le par­ten­ze han­no il loro spa­zio, le sta­zio­ni si riem­pio­no, le case tor­na­no più vuo­te, gli ami­ci rico­min­cia­no a con­ta­re chi se ne va e chi rima­ne. Fini­sce l’estate e una par­te di chi era tor­na­to ripar­te ver­so le cit­tà in cui stu­dia, lavo­ra, costrui­sce rela­zio­ni, pro­va a imma­gi­na­re il pro­prio futu­ro. Ogni anno rac­con­tia­mo que­sta sce­na con la nostal­gia. Abbia­mo costrui­to per­si­no un voca­bo­la­rio ras­si­cu­ran­te intor­no a ciò suc­ce­de in que­sto perio­do; la restan­za, il ritor­no, la vita len­ta, i pae­si da risco­pri­re, tut­te paro­le che rac­con­ta­no anche cose bel­lis­si­me, fin­ché non diven­ta­no il modo per ren­de­re poe­ti­ca una disu­gua­glian­za.

Noi al Sud non sia­mo len­ti, sono len­ti i tre­ni, sono len­ti i col­le­ga­men­ti, sono len­te le rispo­ste del­la pub­bli­ca ammi­ni­stra­zio­ne, quan­do arri­va­no. È len­to rag­giun­ge­re un aero­por­to, un ospe­da­le, un’università. È len­ta la costru­zio­ne dei ser­vi­zi che altro­ve costi­tui­sco­no sem­pli­ce­men­te la nor­ma­li­tà.

La len­tez­za, pur­trop­po, è una disu­gua­glian­za ter­ri­to­ria­le, quan­do non è una scel­ta e sicu­ra­men­te non è una filo­so­fia dell’abitare.
Per que­sto par­la­re di dirit­to a resta­re e dirit­to a par­ti­re richie­de qual­co­sa oltre la reto­ri­ca. Una scel­ta esi­ste sol­tan­to quan­do esi­sto­no alter­na­ti­ve rea­li, dif­fu­se e acces­si­bi­li, altri­men­ti par­ti­re diven­ta neces­si­tà e resta­re una pos­si­bi­li­tà con­ces­sa soprat­tut­to a chi pos­sie­de già le con­di­zio­ni eco­no­mi­che e fami­lia­ri per far­lo.

Costrui­re una pos­si­bi­li­tà è entra­re nel­la mate­ria­li­tà del­le vite, garan­ti­re ai fuo­ri­se­de di vota­re per il pro­prio ter­ri­to­rio di resi­den­za dal luo­go in cui vivo­no tem­po­ra­nea­men­te, sen­za tra­sfe­ri­re la loro rap­pre­sen­tan­za poli­ti­ca altro­ve, garan­ti­re mobi­li­tà, sani­tà, cul­tu­ra, for­ma­zio­ne, lavo­ro digni­to­so, con­nes­sio­ni e spa­zi pub­bli­ci, garan­ti­re il dirit­to ad abi­ta­re la cit­tà con­tem­po­ra­nea anche a Reg­gio Cala­bria, a Cosen­za, a Catan­za­ro, a Paler­mo, a Taran­to, a Napo­li, sen­za dover neces­sa­ria­men­te cam­bia­re lati­tu­di­ne per acce­de­re alla con­tem­po­ra­nei­tà del nostro tem­po.
Vuol dire tor­na­re a par­la­re seria­men­te di dirit­to alla fami­glia, con affit­ti che assor­bo­no una par­te enor­me degli sti­pen­di, lavo­ro pre­ca­rio, asi­li insuf­fi­cien­ti e reti fami­lia­ri distan­ti cen­ti­na­ia di chi­lo­me­tri, con­ti­nua­re a chie­de­re alla nostra gene­ra­zio­ne di fare figli, resta­re, tor­na­re, inve­sti­re, apri­re un’impresa e con­tem­po­ra­nea­men­te arran­giar­si è un eser­ci­zio di dere­spon­sa­bi­liz­za­zio­ne poli­ti­ca. Abbia­mo già chie­sto abba­stan­za sacri­fi­ci a chi sta soste­nen­do sul­la pro­pria vita il costo del­le disu­gua­glian­ze del Pae­se.

Chi rima­ne non è un eroe, chi par­te non è un tra­di­to­re e le star­tup non ci sal­ve­ran­no dal­lo spo­po­la­men­to. Nes­su­na som­ma di sto­rie indi­vi­dua­li vir­tuo­se può sosti­tui­re una poli­ti­ca indu­stria­le, un siste­ma di wel­fa­re, infra­strut­tu­re, ser­vi­zi, uni­ver­si­tà, ricer­ca, sala­ri e dirit­to alla casa. Per trop­po tem­po il Mez­zo­gior­no è sta­to trat­ta­to come una que­stio­ne par­ti­co­la­re den­tro la que­stio­ne ita­lia­na; un ter­ri­to­rio da recu­pe­ra­re, assi­ste­re, incen­ti­va­re, rac­con­ta­re attra­ver­so ban­di, bonus, ecce­zio­ni e pro­get­ti pilo­ta. Biso­gne­reb­be rove­scia­re com­ple­ta­men­te que­sta pro­spet­ti­va, per­ché la poli­ti­ca ita­lia­na deve par­ti­re obbli­ga­to­ria­men­te dal Mez­zo­gior­no. Un Pae­se che pro­ce­de a due velo­ci­tà, alla fine, rima­ne fer­mo. Non pos­sia­mo più per­met­ter­ci un’Italia nel­la qua­le il luo­go in cui nasci deter­mi­na quan­to tem­po impie­ghe­rai per rag­giun­ge­re un ospe­da­le, qua­li uni­ver­si­tà potrai fre­quen­ta­re, qua­li lavo­ri tro­ve­rai, quan­to ti coste­rà spo­star­ti, se potrai costrui­re una fami­glia e per­fi­no quan­to sarà com­pli­ca­to eser­ci­ta­re il tuo dirit­to di voto. Il Mez­zo­gior­no ren­de visi­bi­li pri­ma e con mag­gio­re vio­len­za le gran­di que­stio­ni che riguar­da­no l’intero Pae­se: inver­no demo­gra­fi­co, cri­si del­la nata­li­tà, dirit­to alla casa, sala­ri, mobi­li­tà, acces­so ai ser­vi­zi, disu­gua­glian­ze ter­ri­to­ria­li, fuga del­le com­pe­ten­ze. Affron­tar­le dal Sud sareb­be crea­re un model­lo capa­ce di fun­zio­na­re ovun­que.

La que­stio­ne meri­dio­na­le, a mio avvi­so, riguar­da il model­lo di Pae­se che voglia­mo diven­ta­re. Set­tem­bre ce lo ricor­da ogni anno, men­tre qual­cu­no chiu­de una vali­gia e ripar­te. Pos­sia­mo con­ti­nua­re a tra­sfor­ma­re quel­la vali­gia in una foto­gra­fia malin­co­ni­ca del­la fine dell’estate, oppu­re doman­dar­ci quan­ta liber­tà pos­sa con­te­ne­re quel­la vali­gia: la liber­tà di resta­re, la liber­tà di par­ti­re, la liber­tà di tor­na­re. La liber­tà di sce­glie­re di ave­re una pos­si­bi­li­tà.

Sil­via Gian­do­rig­gio
Pos­si­bi­le Cala­bria

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