A fine agosto, al Sud, le partenze hanno il loro spazio, le stazioni si riempiono, le case tornano più vuote, gli amici ricominciano a contare chi se ne va e chi rimane. Finisce l’estate e una parte di chi era tornato riparte verso le città in cui studia, lavora, costruisce relazioni, prova a immaginare il proprio futuro. Ogni anno raccontiamo questa scena con la nostalgia. Abbiamo costruito persino un vocabolario rassicurante intorno a ciò succede in questo periodo; la restanza, il ritorno, la vita lenta, i paesi da riscoprire, tutte parole che raccontano anche cose bellissime, finché non diventano il modo per rendere poetica una disuguaglianza.
Noi al Sud non siamo lenti, sono lenti i treni, sono lenti i collegamenti, sono lente le risposte della pubblica amministrazione, quando arrivano. È lento raggiungere un aeroporto, un ospedale, un’università. È lenta la costruzione dei servizi che altrove costituiscono semplicemente la normalità.
La lentezza, purtroppo, è una disuguaglianza territoriale, quando non è una scelta e sicuramente non è una filosofia dell’abitare.
Per questo parlare di diritto a restare e diritto a partire richiede qualcosa oltre la retorica. Una scelta esiste soltanto quando esistono alternative reali, diffuse e accessibili, altrimenti partire diventa necessità e restare una possibilità concessa soprattutto a chi possiede già le condizioni economiche e familiari per farlo.
Costruire una possibilità è entrare nella materialità delle vite, garantire ai fuorisede di votare per il proprio territorio di residenza dal luogo in cui vivono temporaneamente, senza trasferire la loro rappresentanza politica altrove, garantire mobilità, sanità, cultura, formazione, lavoro dignitoso, connessioni e spazi pubblici, garantire il diritto ad abitare la città contemporanea anche a Reggio Calabria, a Cosenza, a Catanzaro, a Palermo, a Taranto, a Napoli, senza dover necessariamente cambiare latitudine per accedere alla contemporaneità del nostro tempo.
Vuol dire tornare a parlare seriamente di diritto alla famiglia, con affitti che assorbono una parte enorme degli stipendi, lavoro precario, asili insufficienti e reti familiari distanti centinaia di chilometri, continuare a chiedere alla nostra generazione di fare figli, restare, tornare, investire, aprire un’impresa e contemporaneamente arrangiarsi è un esercizio di deresponsabilizzazione politica. Abbiamo già chiesto abbastanza sacrifici a chi sta sostenendo sulla propria vita il costo delle disuguaglianze del Paese.
Chi rimane non è un eroe, chi parte non è un traditore e le startup non ci salveranno dallo spopolamento. Nessuna somma di storie individuali virtuose può sostituire una politica industriale, un sistema di welfare, infrastrutture, servizi, università, ricerca, salari e diritto alla casa. Per troppo tempo il Mezzogiorno è stato trattato come una questione particolare dentro la questione italiana; un territorio da recuperare, assistere, incentivare, raccontare attraverso bandi, bonus, eccezioni e progetti pilota. Bisognerebbe rovesciare completamente questa prospettiva, perché la politica italiana deve partire obbligatoriamente dal Mezzogiorno. Un Paese che procede a due velocità, alla fine, rimane fermo. Non possiamo più permetterci un’Italia nella quale il luogo in cui nasci determina quanto tempo impiegherai per raggiungere un ospedale, quali università potrai frequentare, quali lavori troverai, quanto ti costerà spostarti, se potrai costruire una famiglia e perfino quanto sarà complicato esercitare il tuo diritto di voto. Il Mezzogiorno rende visibili prima e con maggiore violenza le grandi questioni che riguardano l’intero Paese: inverno demografico, crisi della natalità, diritto alla casa, salari, mobilità, accesso ai servizi, disuguaglianze territoriali, fuga delle competenze. Affrontarle dal Sud sarebbe creare un modello capace di funzionare ovunque.
La questione meridionale, a mio avviso, riguarda il modello di Paese che vogliamo diventare. Settembre ce lo ricorda ogni anno, mentre qualcuno chiude una valigia e riparte. Possiamo continuare a trasformare quella valigia in una fotografia malinconica della fine dell’estate, oppure domandarci quanta libertà possa contenere quella valigia: la libertà di restare, la libertà di partire, la libertà di tornare. La libertà di scegliere di avere una possibilità.
Silvia Giandoriggio
Possibile Calabria










