Dalla parte dei Precari della Ricerca

La lunga odissea dei precari Consiglio Nazionale delle Ricerche non è ancora giunta a termine: i Precari Uniti CNR denunciano il mancato uso dei fondi previsti per la loro stabilizzazione.
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La lunga odissea dei precari Consiglio Nazionale delle Ricerche non è ancora giunta a termine: i Precari Uniti CNR denunciano il mancato uso dei fondi previsti per la loro stabilizzazione.

Al momento la situazione è la seguente: ci sono 40 milioni stanziati dal governo Gentiloni, 21 milioni di finanziamento direttamente dal CNR e infine 34,6 milioni provenienti dai fondi premiali e vincolati dal governo. Un totale di 95,6 milioni di euro, o almeno così dovrebbe essere.

Infatti, il CNR ha finanziato la sua parte attingendo ai 34,6 milioni che mancano cosi all’appello del totale.

Nel 2018 sono stati utilizzati solo 61 milioni dei 95,6 per assumere a tempo indeterminato 1.350 persone aventi diritto alla stabilizzazione: sono ancora precari oltre 1.000 lavoratori (aventi diritto) e per la loro stabilizzazione sono necessari circa 50 milioni di euro per il solo CNR.

Manca anche una programmazione del turn over, sia dei pensionamenti previsti che di quelli per ‘quota 100’.

In assenza di cifre e scadenze certe, senza una seria calendarizzazione delle stabilizzazioni, non sarà possibile neanche garantire il rinnovo dei contratti dei precari che scadranno entro il 2.019 (oltre 250 persone).

Possibile appoggia le rivendicazioni dei precari del CNR e chiede con loro il completamento delle procedure di stabilizzazione. Da sempre, sosteniamo la necessità di una seria politica per la ricerca con seri investimenti sul capitale umano: non costringiamo questi precari, alcuni dei quali tornati in Italia a seguito di chiamata diretta e ora con contratti in scadenza, a continuare il loro lavoro di ricerca all’estero.

Il differenziale di investimenti pubblici in sapere è lo spread più rilevante dell’Italia rispetto, non solo all’Europa, ma alla grande maggioranza dei Paesi dell’Ocse. Siamo sempre nelle posizioni più basse per la percentuale di spesa pubblica che va alla scuola, all’Università, alla ricerca, alla cultura. Questo spread (di cui si parla molto poco) aumenta, proprio quando dovremmo centrare il nostro sviluppo sull’economia della conoscenza, sulla centralità del capitale umano, della ricerca e della cultura.

Possibile chiede anche di rendere ciclico il reclutamento, accompagnandolo con strategie di sviluppo che dia a diverse generazioni di ricercatori (basta guardare l’età dei precari CNR!) le possibilità che non hanno avuto finora.

Daniela D’Aloisi

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