Covid: la testimonianza di chi affronta in prima linea la seconda ondata

La situazione è ingravescente, eppure siamo nella fase iniziale di quello che, se non possiamo certo definire tsunami, è però un'onda lunga che sale di cui non vediamo la fine, in cui galleggiamo sperando di non essere sommersi, per condurre a riva quanti più malati possibile (ma tanti non ce la fanno con evidente nostra impotenza) e anche noi stessi.

Riceviamo e pubblichiamo questa lettera che descrive la situazione che si trovano ad affrontare tanti medici e operatori sanitari durante la “seconda ondata” della pandemia.

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Questa volta è diverso.

Questa volta, fra noi Operatori Sanitari, la sensazione è che non si tratta solo di affrontare il rischio Covid19 come abbiamo già fatto, ma piuttosto di sentire che questa volta potremo trovarci più facilmente a incontrarlo in tanti direttamente.

Forse perché siamo solo all’inizio di questa fase e vi è un continuo incremento progressivo dei malati che abbiamo di fronte ogni giorno negli ospedali, nei reparti COVID che sostituiscono i reparti ordinari, nei PS trasformati, ma anche nei pochi reparti “puliti”, che progressivamente più puliti non sono. Inoltre le strutture, il personale a tutti i livelli ed i DPI, non sempre sono sufficienti e adeguati. E ogni giorno vi sono colleghi contagiati.

La situazione è ingravescente, eppure siamo nella fase iniziale di quello che, se non possiamo certo definire tsunami, è però un’onda lunga che sale di cui non vediamo la fine, in cui galleggiamo sperando di non essere sommersi, per condurre a riva quanti più malati possibile (ma tanti non ce la fanno con evidente nostra impotenza) e anche noi stessi.

Quanto sta accadendo non era però inatteso, anche se pare cogliere ancora una volta impreparato il sistema, come se nella piccola tregua estiva sia stato scelto, inspiegabilmente, di mettere la testa sotto la sabbia riempiendo l’aria di polemiche e di parole vuote (non volendo capire che la cruda realtà non è condizionata da quel che si dice o dalla propaganda piacevole), non facendo adeguate “scorte per l’inverno” (di presidi, di prudenza, di tracciamenti, di adeguamenti di strutture e personale), come saggiamente fanno animali guidati dall’istinto e non da menti saccenti. Eppure non si poteva non sapere che se anche arriveranno i vaccini o nuove cure (costose), ci vorrà molto tempo prima che, forse, siano per tutti.

Non basta che sia bassa la mortalità (sulla quale molti insistono) se il contagio pandemico si diffonde velocemente, il “troppo pieno” è inevitabile per ogni sistema e anche una eventuale cura semplice (se vi fosse) diviene semplicemente impossibile da attuare.

La sensazione chiara è che nessuno di noi operatori possa dirsi al sicuro essendo nell’occhio del ciclone (non possiamo stare a casa ed evitare i luoghi di potenziale contagio), questo ci porta a continuare doverosamente il nostro lavoro con maggior prudenza. Sarebbe però importante che fossimo maggiormente tutelati (se non viene difeso chi può curare gli altri).

Non si può dire semplicemente che ci siamo scelti una professione rischiosa, perché se è vero che tutte le professioni sanitarie sono ordinariamente a rischio essendo a contatto con malati, in questo caso la contagiosità elevata di una patologia, ancora largamente ignota, trasforma il rischio in una quasi certezza.

La speranza, vista la vicinanza quotidiana con il Covid19, da cui certo cerchiamo di proteggerci, è di incontrarlo in forma lieve, ma di fatto non lo possiamo sapere e per molti di noi non è stato così, infatti il prezzo pagato dagli operatori sanitari in termini di morbilità e di mortalità è stato già molto alto.

Sarebbe auspicabile che, siccome non ci tiriamo indietro di fronte alla pandemia, vi fosse però maggiore rispetto concreto per tutte le professioni sanitarie coinvolte anche con adeguamenti di tutele ad hoc non derogabili (anche le nostre famiglie sono più a rischio), al di là della forma contrattuale lavorativa.

Troppo spesso, anche dopo guerre vittoriose, i combattenti prima osannati e usati, sono stati poi reduci abbandonati al proprio destino.

Non mi pare infatti che in caso di malattia da Covid (con sequele ancora ignote), il cui rischio è evidentemente altissimo visto che siamo in prima linea, vi siano le adeguate tutele per tutti.

Il personale strutturato è largamente sovraccaricato di lavoro e quindi a rischio evidentemente molto aumentato; i liberi professionisti (LP) ospedalieri (ma anche delle RSA, del territorio in USCA, ADI ed i MMG), non hanno chiare tutele, eppure si chiede loro tranquillamente di essere sul campo di battaglia, sia che stiano operando con i contratti LP ordinari già in essere e diffusi negli ospedali per il blocco decennale delle assunzioni (per inciso a costoro anche se venissero assunti non viene riconosciuta alcuna anzianità lavorativa anche se concretamente espletata e a ciò andrebbe posto rimedio), sia che invece operino con i nuovi bandi LP emessi proprio per il Covid19 (e qualcuno si lamenta che non vi siano adesioni).

Per tutti gli operatori sanitari esposti all’alto rischio Covid19, quale che sia la forma contrattuale, andrebbero pensate tutele o forme assicurative specifiche (un conto è affrontare le malattie ordinarie, un conto è con le stesse armi inviarci in guerra), di cui si faccia direttamente garante lo Stato attraverso gli enti preposti, anche in via straordinaria, come straordinaria è la situazione in atto che ci è chiesto di affrontare e che affrontiamo.

Marco Ceresa

Medico

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