Benvenuti a Samo, l’isola dove muoiono le speranze

Patria di Pitagora e Aristarco, a poco più di un chilometro dalla costa turca, naturale collegamento, assieme, tra le altre, a Lesbo e Chio, tra Europa e Asia e approdo di un'umanità in cerca una vita migliore per sé e per i propri figli.
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Ve lo immaginate un campeggio su un’isola greca, in mezzo a un bel bosco fitto, con il vento che scuote le cime dei pini, tra cui filtra un sole rigenerante, e le sfumature del mare e del cielo si mescolano, riempiendovi gli occhi di blu?

Un campeggio senza bagni, senza acqua corrente, senza luce, senza servizi di pulizia né di raccolta rifiuti, senza niente eccetto baracche costruite rinforzando tende da pochi euro con materiali di scarto come lamiere, pezzi di legno o vecchie coperte.

Un campeggio in cui l’assistenza sanitaria è un miraggio, dove è impossibile sentirsi sicuri, specialmente se si è donne o minori, in cui gli spazi sono così risicati che spesso si sceglie di urinare in bottiglie di plastica, anziché a terra.

Un campeggio in cui bisogna fare tre ore di coda per ottenere un pasto che a volte non è nemmeno degno di tale nome, in cui si riceve un litro e mezzo di acqua al giorno, in cui bambini e bambine non hanno possibilità di costruirsi alcun futuro, in cui la speranza marcisce tra fango, spazzatura, topi, serpenti e insetti.

Benvenuti a Samo, patria di Pitagora e Aristarco, a poco più di un chilometro dalla costa turca, naturale collegamento, assieme, tra le altre, a Lesbo e Chio, tra Europa e Asia e approdo di un’umanità in cerca una vita migliore per sé e per i propri figli.

Sull’isola, nella cittadina di Vathy, sono ospitate in questi giorni oltre 5000 persone, a fronte di strutture pensate per accoglierne malamente 650. Le più fortunate, circa 1500-2000, vivono all’interno del campo, anche in venti per container (due stanze e un bagno), mentre le altre, dopo un paio di notti letteralmente per strada, sono costrette a cercare un fazzoletto di terra nei dintorni del campo stesso, la cosiddetta “jungle”, in cui allestirsi un riparo.

Gli occhi di chi ti ringrazia per una maglietta o dei pannolini (per cosa poi, dato che ogni sera abbiamo il privilegio di tornare alle nostre comodità, ai nostri piccoli e insignificanti dispiaceri, ai nostri sogni?), il bisogno di normalità e di attenzione o l’altissimo livello di nervosismo e litigiosità di alcuni bambini, le loro gambe morsicate dai topi, il puzzo che ti investe quando ti addentri tra le tende, i racconti sulla Siria, l’Iraq, l’Afghanistan dovrebbero essere sufficienti a smuovere la coscienza di chiunque.

Ma ancor più della compassione umana, quello di cui si sente disperatamente il bisogno è la visione politica. L’indignazione più forte nasce dal bruciante senso di ingiustizia per la condizione di totale disparità di prospettive presenti e future tra noi, nati nella parte giusta del mondo, e loro, che al più riusciamo a considerare dei poveretti a cui lanciare caritatevolmente un tozzo di pane.

Una diversità che lascia stremati e senza fiato, quando, incontrandosi, ci si riconosce invece come uguali. E non potrebbe essere altrimenti.

 

Da anni le politiche migratorie dell’Unione Europea si rivelano inefficaci ancor prima che disumane. Ha senso che l’unico modo per raggiungere (chissà se vivi o morti) il nostro continente sia pagare dei trafficanti e che per rimanerci non ci sia altra via che chiedere una forma di protezione internazionale? Tre anni e sei miliardi di euro dopo l’accordo con la Turchia, non sarebbe ora che le istituzioni comunitarie tracciassero un bilancio sull’esternalizzazione delle frontiere? Vogliamo continuare a finanziare governi poco democratici, se non vere e proprie milizie, come in Libia, per tentare invano di bloccare le legittime aspirazioni di quella che, numeri alla mano, è una minoranza delle persone che lasciano le proprie case in cerca di un futuro dignitoso? Chi si vanta del calo degli arrivi attraverso il Mediterraneo centrale, non considera quanto succede nell’Egeo, dove gli sbarchi sono tornati ai livelli del 2015, per pigrizia, ignoranza o malafede? A chi giova un approccio costantemente e ciecamente emergenziale a un fenomeno strutturale? Utilizzare delle isole stupende come vere e proprie prigioni a cielo aperto, compromettendone in parte il settore turistico e generando conflitti con gli abitanti del luogo è un modo per risollevare la Grecia dopo il tracollo economico degli ultimi anni? Illudersi di fermare le migrazioni trattando gli esseri umani come bestie serve a combattere il terrorismo, a ricostruire quei paesi che sono stati devastati dalla guerra e a gettare le basi di un’Europa paladina della pace nel mondo?

Due anni fa il Parlamento Europeo aveva approvato una buona riforma del Regolamento di Dublino, affossata poi dagli egoismi nazionali, complice il deficit democratico insito nelle istituzioni continentali stesse, cui sarebbe necessario affiancare un sistema di visti regolari per potersi spostare legalmente e in modo sicuro attraverso i confini interni ed esterni dell’Unione. 

La lotta verso una società realmente capace di garantire a ciascun essere umano il diritto a condurre una vita dignitosa è lunga e tremendamente difficile. Se ci scegliamo gli immigrati come nemici, anziché cercare un sostegno reciproco, abbiamo sicuramente perso in partenza. 

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