Cristina Scarfia

Siamo ancora alle prese con una miope difesa degli interessi nazionali, a scapito di quella generosità e visione necessarie per promuovere una politica comune diversa in Europa, capace di garantire benessere e crescita sociale e culturale.
E ora che succede? sembra essere la domanda del giorno dopo. In termini di procedura, la risposta si trova nell’articolo 50 del Trattato di Lisbona. Ma il tema vero sarà la gestione politica di questa crisi dai contorni inediti e dagli esiti incerti.
A ben guardare, c’è ben poco da festeggiare. Per il 2016, si prevede un peggioramento del saldo di bilancio in termini strutturali dello 0,7% del Pil; l’alto livello di debito pubblico e la bassa competitività, entrambi radicati nella lenta crescita della produttività, sono ritenuti ancora eccessivi e soggetti a un livello di guardia massimo, che consente alla Commissione, in qualsiasi momento, di mettere il Paese nel “braccio correttivo” con il rischio di sanzioni.
Con Podemos, Syriza e con i compagni della sinistra portoghese abbiamo la consapevolezza che un nuovo modello sarà praticabile solo ribaltando i rapporti di forza tra sinistra e destra, cioè liberando la sinistra dal suo immobilismo e dalla sua subalternità alla destra, ponendola nettamente fuori dalla logica autodistruttiva della grande coalizione con il centrodestra, a livello europeo, nazionale e locale.