Ieri Strasburgo ha approvato il Rapporto annuale sulla situazione dei diritti fondamentali nell’Unione Europea, con un passaggio esplicito che chiede alla Commissione di vietare le pratiche di conversione in tutti gli Stati membri.
Dietro questo voto c’è una mobilitazione reale: oltre 1.245.839 firme raccolte in tutta Europa dalla campagna di ACT, di cui più di 60.000 dall’Italia. Una vittoria costruita dal basso, associazione per associazione, persona per persona, spesso da persone che quelle pratiche le hanno subite e che hanno trovato la forza di trasformare il trauma in battaglia politica.
Noi di Possibile questo percorso lo abbiamo sostenuto da sempre, anche da prima di questa mobilitazione, con Possibile LGBTI+ e con tante realtà del movimento italiano.
Le pratiche di conversione non sono terapie. Non lo sono mai state. Sono strumenti di repressione che mirano a cancellare l’identità di una persona, spesso di persone minorenni, attraverso tecniche che vanno dalla manipolazione psicologica all’ipnosi fino all’elettroshock. Producono ansia, depressione, ideazione suicidaria. Lasciano ferite che non sempre si vedono ma si portano dentro per anni, in solitudine. L’Ordine degli Psicologi lo dice da tempo. ILGA-Europe lo documenta: quasi un quarto dei cittadini LGBTQ+ europei ha subito qualche forma di pratica di conversione. In Italia una persona su cinque.
Eppure il partito che guida il governo italiano ha votato contro la risoluzione che chiedeva di proteggere quelle persone. Fratelli d’Italia, a Strasburgo, ha detto no. E questo, mentre in Italia non esiste ancora nessuna legge che vieti esplicitamente queste pratiche, nonostante le campagne, nonostante le prese di posizione delle categorie medico-sanitarie, nonostante otto Stati membri abbiano già legiferato: Belgio, Cipro, Francia, Germania, Grecia, Malta, Portogallo, Spagna. L’Italia no. Il silenzio del nostro Parlamento non è casualità: è una scelta politica precisa, coperta ogni giorno dall’indifferenza di chi governa.
Chiediamo alla Commissione europea di procedere con una direttiva vincolante. Chiediamo al Parlamento italiano di smettere di fare finta che questa cosa non esista e di costruire finalmente una legge che garantisca protezione reale alle persone LGBTQIA+.
Il personale è politico. E votare contro la tutela di chi ha subito terapie per “correggere” il proprio orientamento è una posizione politica.
Grazie ad ACT e a tuttɜ coloro che in ogni angolo d’Europa hanno tenuto viva questa battaglia. Noi continuiamo.










