Da giurista e attivista voterò NO al referendum sulla riforma della giustizia. E il mio è un voto consapevolmente politico.
Perché le riforme costituzionali si valutano nel contesto in cui si inseriscono. È una riforma calata dall’alto, non condivisa con la minoranza parlamentare, in un clima di crescente tensione tra politica e magistratura.
E anche il dibattito pubblico è stato pessimo.
Da un lato, chi sostiene il NO ha spesso diffuso imprecisioni tecniche, come dire che verrebbe meno l’obbligatorietà dell’azione penale: principio che già oggi è solo formalmente assoluto, visto che le procure stabiliscono criteri di priorità.
Dall’altro lato, chi sostiene il SÌ ha spostato il discorso su temi emotivi e fuorvianti come la famiglia nel bosco che nulla hanno a che vedere con la riforma.
Il punto vero è un altro. Il rischio che questo governo voglia rafforzare un modello di pubblico ministero più vicino alla logica dell’ordine pubblico che a quella della garanzia è evidente.
Basti pensare a quando la Presidente del Consiglio ha qualificato pubblicamente i fatti di Torino come “tentato omicidio”, intervenendo su una vicenda ancora oggetto di indagine: una valutazione giuridica che, in uno Stato di diritto, spetta esclusivamente al pubblico ministero.
Oppure alla circolare del Ministro dell’Interno che aveva sollecitato le Procure a chiedere la cancellazione delle trascrizioni dei figli nati da due madri, arrivando poi a impugnare le sentenze che ne avevano riconosciuto la legittimità.
Nel nostro ordinamento, molti diritti civili (nell’inerzia del legislatore) sono stati riconosciuti proprio grazie al ruolo della magistratura: pensiamo alle decisioni sul fine vita, alle vicende legate a Marco Cappato e alle archiviazioni nei confronti di chi accompagna malati in Svizzera, o alle pronunce sul riconoscimento dei figli di due madri.
Allo stesso modo, sono sotto gli occhi di tutti i casi in cui la giurisdizione ha svolto una fondamentale funzione di controllo: dalle decisioni della Corte dei conti sul progetto del Ponte sullo Stretto, volte a prevenire un possibile spreco di risorse pubbliche, fino agli interventi dei giudici a tutela dei diritti umani dei migranti nei CPR.
Il punto non è negare che la separazione delle carriere possa essere coerente con il passaggio dal sistema inquisitorio a quello accusatorio, avvenuto nel 1989. Il punto è che, nel contesto politico attuale, una modifica costituzionale di questo tipo rischia di aprire la strada a interventi successivi realizzati con legge ordinaria, con possibili ricadute sull’equilibrio tra i poteri dello Stato.
Per questo voterò NO.
Possibile FVG








