A quasi 50 anni dall’ultima volta, il mondo della cultura sciopera e scende in piazza domani, 12 giugno. È, a suo modo, un risultato storico proprio per le caratteristiche strutturali del lavoro in questo settore: frammentato, intermittente, precario. Persone che non condividono né datore di lavoro, né contratto nazionale (quando viene applicato), né busta paga (quando c’è), accomunate soltanto dall’appartenenza allo stesso settore.
La notizia, quindi, prima ancora che nelle piazze, sta proprio qui: nella loro ricomposizione. Grazie all’associazione «Mi Riconosci?» e alle proclamazioni di FP CGIL, Nidil CGIL, CUB, ADL COBAS, COBAS lavoro privato, CLAP e USI CT&S, per la prima volta nella storia del Paese il personale di musei, biblioteche, archivi e teatri potrà incrociare le braccia insieme agli autonomi dell’editoria, dello spettacolo, della produzione artistica e culturale. L’ultimo sciopero nazionale di musei e biblioteche risale a quasi mezzo secolo fa, ma mai prima d’ora si era fermato insieme l’intero settore.
L’urgenza di uno sciopero così ampio nasce dal riconoscere la trasversalità della questione di fondo. La “grande bellezza” come brand nazionale ha funzionato a lungo come dispositivo di estrazione. Se lavori nella cultura lo fai anche per passione, quindi puoi pure farlo gratis o quasi.
D’altronde la spending review della legge di bilancio 2026 impone al Ministero della Cultura tagli per 68,98 milioni quest’anno, 65,46 milioni nel 2027 e 158,77 milioni nel 2028: oltre 293 milioni in tre anni. Nel frattempo, la spesa militare, secondo l’osservatorio Milex, tocca nel 2026 il record storico di 33,9 miliardi, 1,1 miliardi in più sul 2025. Lo Stato non è a corto di risorse ma sceglie scientemente la scala di priorità. Un paese “Open to Meraviglia” ma solo grazie a chi è sfruttato e sottopagato.
Sarebbe ingeneroso prendersela solo con i ministri Giuli e Sangiuliano. Molti dei problemi del settore sono nati e si trascinano da anni anche per colpa di ministri di altri schieramenti. La legge Ronchey, ad esempio, ha permesso la gestione indiretta con la concessione a terzi del patrimonio culturale, aprendo di fatto alla polverizzazione del comparto a scapito dei lavoratori. Allo stesso modo, va ricordato che nel 2015, prendendo a pretesto una banale assemblea sindacale regolarmente preavvisata, il governo Renzi, su impulso del ministro Franceschini, intervenne per decreto a comprimere il diritto di sciopero inserendo i beni culturali tra i servizi pubblici essenziali.
Le rivendicazioni, allora, non sono una mera lista di desideri ma il tentativo di ricomporre un comparto e ridare dignità a chi lo porta avanti tutti i giorni: reinternalizzare gli appalti, stabilizzare i precari, superare le false partite IVA, contratti di filiera che restituiscano alla contrattazione l’autorità sui salari, un piano straordinario di assunzioni, salute e sicurezza estese agli atipici, un reddito di discontinuità per chi lavora a intermittenza.
La posta in gioco non è soltanto sindacale, ma include anche la stessa concezione di cultura, il cui significato si è spesso appiattito su quello di promozione turistica o di intrattenimento. Restituire dignità ai lavoratori del settore significa anche riconoscere la funzione civile e sociale che il mondo della cultura ricopre all’interno della società. Lo sciopero di domani serve a ribadirlo e a ridare centralità a chi ne ha fatto una professione, che sia nella sua produzione, riproduzione o tutela. Essere al loro fianco è un dovere di tutte e tutti noi.










