Vincolo di mandato, l’ultimo pezzo della svolta autoritaria

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Non ci sono altri modi per spiegarlo, se non quello più duro: il vincolo di mandato è l’ultimo pezzo della svolta autoritaria del Paese. Quello decisivo per far esondare la marea liberticida. Mi hanno insegnato che l’accusa di fascismo non deve essere usata con leggerezza, quindi serve cautela nel denunciare il ritorno del fascismo: eppure in questo caso è calzante. L’unica che può rendere chiaro il risultato.

L’introduzione del vincolo di mandato, vietato dall’articolo 67 della Costituzione (“Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”), sarebbe un’operazione fascista perché cancellerebbe uno dei più importanti antidoti contro l’autoritarismo: il dissenso interno, ossia la possibilità dei parlamentari di maggioranza di esprimere un disagio, dopo un discorso politico, con voto; che nella gran parte dei casi rappresenta una parte di elettori non riconducibili a determinate scelte del governo. Una sorta di abolizione del libero pensiero, essendo costretti ad assecondare i diktat provenienti dall’alto.

Il dibattito sul vincolo di mandato, obliato per qualche settimana, è tornato al centro dell’attenzione a causa della “dissidenza” di alcuni senatori del Movimento 5 Stelle rispetto ad alcune dei provvedimenti più controverso. Il sottosegretario Mattia Fantinati (M5S), in un’intervista al Corriere della Sera, ha espressamente chiesto che ci sia questa modifica alla Costituzione. La ragione addotta è quella della patologia del “voltagabbanismo”, produttore di gravi distorsioni politiche. L’esempio è la nascita di gruppi che hanno avuto lo scopo della perpetrazione della poltrona (vedi alla voce Nuovo Centrodestra).

Eppure non basta come giustificazione: la libertà di espressione non può essere limitata solo per evitare pratiche disdicevoli, che peraltro possono essere contrastate con interventi sul regolamento delle Camere. Anche in questo caso il punto è politico, inteso come Politica alta: i parlamentari sono chiamati a svolgere un ruolo di controllo al governo, anche quando appartengono allo stesso partito. Non lo dice solo la Costituzione italiana: è un principio sacro del diritto che riguarda la separazione dei poteri. Se viene meno questo pilastro, l’intera impalcatura della democrazia diventa pericolante. Fino a crollare.

Ma non solo. C’è un altro elemento politico da valutare, che supera il voltagabbanismo: il dissenso interno, che sfocia in “votazioni ribelli” rispetto alle indicazioni del gruppo parlamentare di appartenenza, è dettato talvolta dalla denuncia di “tradimento” del programma di un partito. Lo abbiamo visto nella scorsa legislatura: il Partito democratico ha chiesto il voto degli italiani sulla base di un programma che è stato totalmente disatteso. Punto per punto: nulla è stato rispettato. Nel caso del Movimento 5 Stelle sta avvenendo un processo simile, per non dire identico: pur di non scalfire l’alleanza con la Lega, si stanno rivedendo le posizioni storiche. Le famose giravolte e retromarce non si contano più. Allora chi è che sta tradendo l’elettore? Il “dissidente”, fedele alle idee della prima ora, o il “pragmatico”, che rovescia le posizioni pur di conservare ruoli di comando?

Il vincolo di mandato, definizione che sembra oscura e che dice poco al cittadino comune, è la camicia di forza che un parlamentare deve indossare, trasformandosi (ancora di più in confronto a quanto già avviene oggi) in un mero esecutore di decisioni assunte altrove. Una limitazione autoritaria, dunque. Pericolosa per la democrazia.

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