Oggi è il Transgender Day of Visibility. Viviamo in un paese in cui il governo ha fatto delle persone trans* uno dei suoi bersagli preferiti: attacchi sistematici all’autodeterminazione di genere, tentativi di cancellare le famiglie arcobaleno dalle anagrafi, una retorica dell’ ”ideologia gender” che non è mai scomparsa ma si è fatta istituzionale. In cui il Ministro Valditara parla di “identità sessuale imposta” nelle scuole come se l’esistenza delle persone trans*, dei minori trans*, fosse propaganda. In cui il DDL Sicurezza comprime gli spazi di manifestazione pubblica proprio mentre essere visibilɜ diventa sempre più necessario e sempre più rischioso.
In questo contesto, la visibilità non è una festa. È un atto politico e di orgoglio. Talvolta un atto di coraggio.
E per questo il Transgender Day of Visibility non è una ricorrenza simbolica da celebrare con un post arcobaleno e poi dimenticare. È una bussola. Ci ricorda che l’esistenza delle persone trans* e non binarie non è un tema secondario, non è una battaglia identitaria da rimandare a quando “ci saranno condizioni migliori”. Quelle condizioni non arrivano da sole, le si costruisce. E si costruiscono adesso, nel mezzo dell’ostilità, non dopo.
Facciamo parte di un partito che ha scelto di costruire quelle condizioni concretamente. Possibile è stato il primo partito in Italia a introdurre il tesseramento alias: una persona trans* o non binaria può iscriversi con il proprio nome d’elezione, il nome con cui si riconosce e con cui vive, anche quando non corrisponde ancora a quello sui documenti anagrafici. Perché il percorso di rettifica in Italia è lungo, burocraticamente estenuante, e in quel tempo di attesa le persone non smettono di esistere. La tessera alias dice una cosa semplice e politicamente precisa: ti riconosciamo prima che lo faccia lo Stato. La tua identità non dipende da una sentenza.
Ma non ci siamo fermatɜ lì. Al congresso nazionale, Possibile ha eletto per la prima volta in Italia una persona trans* in una segreteria nazionale di partito attraverso un processo congressuale: Vanessa Capretto, oggi nel Comitato Scientifico Nazionale. Non come quota, non come simbolo, ma come risultato di un partito che ha costruito le condizioni strutturali per rendere quella presenza possibile e reale.
Partecipazione reale non è cooptazione. Non è invitare qualcuno a stare in un angolo della stanza. È costruire la stanza in modo diverso.
Lo diciamo mentre fuori da quella stanza il governo Meloni continua a usare le persone trans* come strumento di distrazione e di polarizzazione. Lo diciamo mentre in parlamento si parla di “tutela dell’identità biologica” e si tace sulla disforia, sulla lista d’attesa per i percorsi di affermazione di genere, sulla violenza transfobica che resta sistematicamente sottodocumentata. Lo diciamo perché la politica può fare due cose: può alzare muri o può aprire spazi. E la scelta non è mai neutrale.
Gianmarco Capogna
Vanessa Capretto
Christian Cristalli









