Steve Bannon, ex consigliere di Donald Trump e oggi uno dei principali riferimenti politici e ideologici del mondo MAGA, torna a mettere le mani sulla Certosa di Trisulti. Lo fa attraverso il suo referente in Italia, Benjamin Harnwell, già “gestore” del complesso dal 2018 al 2021, che ha presentato ricorso al TAR del Lazio contro la decisione del Ministero della Cultura di revocare in autotutela la concessione affidata nel 2018 al Dignitatis Humanae Institute, think tank presieduto dallo stesso Harnwell.
L’obiettivo non è mai stato un mistero: trasformare la Certosa in una “scuola per gladiatori”, un’accademia di formazione per leader nazionalisti, ispirata a un cattolicesimo tradizionalista, reazionario e apertamente schierato contro il pensiero di Papa Francesco. Un progetto politico-culturale che nulla aveva a che fare con la tutela, la valorizzazione e la funzione pubblica di un bene storico e spirituale di straordinaria importanza.
Dopo la sentenza del Consiglio di Stato, che ha riconosciuto come legittima la revoca decisa dal Ministero della Cultura, Harnwell ha tentato l’ennesima forzatura, ricorrendo alla Cassazione e sostenendo che il Consiglio di Stato avrebbe ecceduto le proprie prerogative. Una mossa che arriva alla vigilia dello sgombero e che si inserisce in una strategia ormai chiara: logorare, ritardare, occupare lo spazio pubblico e istituzionale per imporre una visione ideologica estranea al territorio e alla sua storia.
Eppure, proprio quella sentenza ha segnato un passaggio storico: per la prima volta è stato riconosciuto l’“interesse legittimo” delle associazioni del territorio, che avevano impugnato la precedente decisione del TAR del Lazio contraria alla revoca. Un precedente fondamentale, che afferma un principio semplice ma rivoluzionario: i cittadini e le comunità locali hanno voce quando si tratta del destino dei beni comuni.
Qualunque sarà l’esito del giudizio definitivo, atteso nelle prossime settimane, una cosa è già chiara per chi vive e difende questo territorio: la Certosa di Trisulti è un bene comune, non un trofeo politico dell’estrema destra internazionale.
In questi anni la mobilitazione non si è mai fermata. Comitati, associazioni culturali, realtà ecclesiali e cittadine e cittadini hanno continuato a presidiare il dibattito pubblico, a organizzare incontri, manifestazioni, momenti di confronto e di studio. Non solo per dire no a un affidamento inaccettabile, ma per affermare un’idea alternativa e concreta di valorizzazione: radicata nel territorio, rispettosa della vocazione spirituale e culturale della Certosa, aperta alla fruizione pubblica e alla cura collettiva.
La Rete Trisulti Bene Comune, che coinvolge, tra gli altri, l’Accademia delle Belle Arti, la Cooperativa La Paranza di Napoli, Legambiente, continua a seguire passo dopo passo l’iter giudiziario ed è pronta, se necessario, a intervenire nuovamente in tutte le sedi opportune. Purtroppo, anche in questa fase, la notizia della pendenza del giudizio è emersa solo attraverso la stampa, quando ormai era preclusa la possibilità di intervenire formalmente nel procedimento. Nel giudizio si sono comunque costituiti il Ministero della Cultura e la Regione Lazio; l’udienza di discussione si è tenuta l’11 febbraio 2026 e il collegio si è riservato la decisione.
Noi di Possibile continueremo a stare da una parte sola.
Dalla parte dei beni comuni, della democrazia, della partecipazione e dei territori. Dalla parte di chi difende Trisulti come luogo di cultura, spiritualità e apertura, contro ogni tentativo di trasformarla in un laboratorio dell’odio, del nazionalismo e dell’esclusione.
Perché nessuno tocchi la Certosa di Trisulti. E perché la battaglia per liberarla non si fermi.
Anna Rosa Frate
Possibile Frosinone









