Le imprese e i loro dipendenti sono sulla stessa barca. Facile dirlo, quando le prime hanno vantaggio nell’espatriare dove le condizioni fiscali, remunerative e dei diritti sono più favorevoli; lasciando in Italia capannoni chiusi e lavoratori licenziati, difficili da ricollocare. Questo finché il governo di larghe intese ‑dopo aver sbloccato parte dei crediti alle imprese- paga pegno elettorale a Berlusconi, e toglie l’IMU anche agli immobili di chi se la può permettere. Un’altra strada è possibile: ridurre le imposte sui redditi da lavoro ‑nella misura di 5 miliardi di Irpef- portando il primo scaglione (redditi fino a 15mila euro lordi) dal 23% al 15%, e il secondo dal 27% al 20%. Con lo scopo di incentivare i consumi interni, oggi depressi, e consentire alle aziende di rimanere a produrre in Italia. Il gruppo che sostiene la candidatura di Giuseppe Civati ha indirizzato al governo una petizione online in materia, che ha finora raggiunto tremila firme: la prossima può essere la tua.

Dopo il NO, le idee. Il fronte progressista si unisca sulle cose da fare
Quello che l’Italia chiede, e che noi dobbiamo saper ascoltare, è un confronto serio sui contenuti, che coinvolga tutte le forze che vogliono costruire un’alternativa al governo Meloni. Un confronto che abbia al centro la Costituzione, che ancora una volta si è rivelata la bussola intorno a cui il Paese sa ritrovarsi. Perché la Costituzione non è solo il testo che abbiamo difeso al referendum, è l’orizzonte di un Paese più giusto che non abbiamo ancora costruito.








