Lettera aperta al Corriere della Sera: è così che si rispettano le vittime?

Un tassello nella storia terribile degli ultimi giorni di Pamela, un tassello che avete scelto di raccontare dal punto di vista di colui che di Pamela si è approfittato
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Caro Corriere della Sera,

scriviamo dopo aver letto l’articolo sull’edizione di oggi dedicato all’uomo di 45 anni che ha incontrato Pamela Mastropietro lungo la provinciale che la portava lontano dalla comunità di recupero da cui si era appena allontanata.

Un uomo che ha incontrato una ragazza per strada, l’ha caricata in macchina e l’ha portata nel garage della sorella per fare sesso con lei in cambio di denaro. E che subito dopo l’ha lasciata nella stazione più vicina, con cinquanta euro che le serviranno per andare a cercare della droga.

È un tassello nella storia terribile degli ultimi giorni di Pamela, un tassello che avete scelto di raccontare dal punto di vista di colui che di Pamela si è approfittato, trovandola per strada in un momento di difficoltà e di bisogno. Che avete scelto di raccontare dal suo punto di vista e con parole che non possono essere lette senza provare disagio e rabbia. Sì, anche rabbia, perché il modo in cui vengono raccontate le violenze sulle donne da parte dei giornali è parte del problema. Ogni volta che una donna viene uccisa e i giornali raccontano “che è stata uccisa per troppo amore”, ogni volta che un omicidio è definito “dramma della gelosia”, ogni volta che sono i carnefici a stare al centro del racconto dei fatti di sangue, e vengono dipinti in una luce romantica o in modo da suscitare pietà (non quella umana che può anche spettare ai colpevoli, ma quella che va a discapito delle vittime, sminuendo e giustificando la violenza che hanno subito) si aggiunge violenza a quella già inflitta.

Nell’articolo si legge, tra le altre cose: “E adesso chissà che peso grande ha sul cuore, questo 45enne con la tuta rossa da meccanico e i sandali da francescano”. Indipendentemente dal colore dei suoi abiti, è così che vogliamo parlare di un uomo che ha fatto sesso con una ragazza in cambio dei cinquanta euro che le servivano per comprarsi una dose di eroina, forse quella mortale? Per poi lasciarla senza cellulare, documenti, senza altro denaro, senza avvertire nessuno, alla prima stazione? Davvero pensiamo che la frase “Ora non resta che il dolore e nessun piacere”, riferita a quest’uomo e al suo supposto rimorso – per averla usata? per averla incontrata? per l’inconveniente che poi lei sia andata incontro al suo destino ancora più tragico, altrimenti sarebbe stato tutto a posto con la sua coscienza? – sia rispettosa della tragedia di Pamela? Che sia questo il modo giusto di raccontare questa storia? Questa parte della storia, soprattutto paragonandola al modo in cui viene raccontato il resto di questo dramma, in cui la vittima è sempre Pamela, ma i carnefici sono altri, meno “francescani”, che non rispondono alla descrizione di quest’uomo “magro, alto, affilato, la barba hipster, la pelle bianca”.

È una storia squallida, che ci parla di disperazione e di chi se ne approfitta. Che ci parla, questa davvero, di sicurezza delle strade, lungo le quali le donne, le ragazze, non possono camminare senza essere preda di qualcuno – soprattutto se sono vulnerabili, per qualsiasi motivo. Se sono in difficoltà, se sono ricattabili, se sono disperate, se sono isolate. Ma non solo, ovviamente. È solo, se possibile, ancora più odioso quando questo accade a una persona in difficoltà, a una persona che dovrebbe toccare le corde dell’umanità di tutti. E che invece, come nel caso di Pamela, è davvero una vittima solo quando serve a uno scopo. Quando c’è chi ha interesse a usare la violenza fatta alle vittime per la propria propaganda oscena e altrettanto violenta. E quando non serve, delle vittime si interessano in pochi, quelli “ossessionati dal femminicidio”, quelli che a ogni donna molestata, stuprata, picchiata, uccisa, umiliata, denunciano, sentendosi spesso e volentieri rispondere che “quella se l’è cercata”, “era ubriaca”, “era tossicodipendente”, “era una che ci stava”, “poteva dire di no, poteva andarsene”.

Si può stare con Pamela, e con le vittime dell’attentato nazifascista di Macerata.

Si può stare con Pamela, e con tutte le altre vittime della violenza di genere. Anzi, il miglior modo di stare con Pamela è quello di interessarsi e mobilitarsi e pretendere sicurezza per tutte le vittime di violenza. Indipendentemente da chi siano le vittime (donne, soprattutto, ma non solo, e in qualunque modo fossero vestite o in qualunque modo conducessero la propria vita, e qualunque mestiere facciano, attrici, studentesse, casalinghe, impiegate, operaie, sex workers) e indipendentemente da chi siano i carnefici.

Che cosa c’è di più irrispettoso e reiteratamente violento che fare una gerarchia delle vittime? Che cosa c’è di più ipocrita e pericoloso che non tuonare di “difesa delle nostre donne”, salvo poi sventolare bambole gonfiabili su un palco, o aizzare la rete che auspica lo stupro e la violenza, fino a che quella violenza non irrompe nelle strade?

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