Perché i nostri figli cercano l’ordine nel baratro

Dobbiamo restituire ai ragazzi il diritto al conflitto sano. Hanno un disperato bisogno di lottare per qualcosa di reale, di sporcarsi le mani per costruire un futuro tangibile. Solo così smetteranno di fare la guerra in nome dei fantasmi del passato.

Di fron­te a un ragaz­zi­no di ter­za media che accol­tel­la una pro­fes­so­res­sa in diret­ta strea­ming, la rea­zio­ne del mon­do adul­to è tan­to pre­ve­di­bi­le quan­to inu­ti­le.

Si pun­ta il dito con­tro i social, si par­la di una “gene­ra­zio­ne sba­glia­ta” o di geni­to­ri assen­ti. È il ras­si­cu­ran­te tea­tri­no del­le respon­sa­bi­li­tà sca­ri­ca­te, un mec­ca­ni­smo per­fet­to per guar­da­re il dito e igno­ra­re la luna: il col­las­so di un inte­ro siste­ma, il nostro.

Quel cri­mi­ne tra­smes­so in diret­ta non è un mal­fun­zio­na­men­to, ma un sin­to­mo. Come intui­va Guy Debord ne *La socie­tà del­lo spet­ta­co­lo*, la nostra esi­sten­za si è pro­gres­si­va­men­te spo­sta­ta dal “vis­su­to” al “rap­pre­sen­ta­to”.

Per un ado­le­scen­te che si sen­te invi­si­bi­le in un mon­do sem­pre più distrat­to, sem­pre più velo­ce e sem­pre più esclu­den­te, l’a­zio­ne vio­len­ta a favo­re di tele­ca­me­ra diven­ta la chan­ce di cer­ti­fi­ca­re la pro­pria esi­sten­za. Se non per­for­mo, non esi­sto. Se san­gui­ni in diret­ta, ho com­piu­to un’a­zio­ne straor­di­na­ria, ho con­qui­sta­to il mio spa­zio.

Abbia­mo costrui­to per noi adul­ti e per i nostri figli una socie­tà del­la “como­di­tà tom­ba­le”. L’in­for­ma­zio­ne è a un click, l’in­tel­li­gen­za arti­fi­cia­le risol­ve i com­pi­ti, un tuto­rial su You­Tu­be eli­mi­na ogni osta­co­lo pra­ti­co, se hai fame c’è il deli­ve­ry, se mi pia­ci lascio un like. 

Ma il nostro cer­vel­lo è una mac­chi­na bio­lo­gi­ca pro­get­ta­ta per affron­ta­re e supe­ra­re l’at­tri­to. Se eli­mi­nia­mo la fati­ca del pro­ces­so, lo spa­zio si libe­ra be comin­cia la rumi­na­zio­ne, la per­di­ta e lo svuo­ta­men­to di sen­so.

Il filo­so­fo Byung-Chul Han ci avver­te da tem­po: una socie­tà che rifug­ge pato­lo­gi­ca­men­te il dolo­re e l’at­tri­to gene­ra una pro­fon­da ango­scia depres­si­va che, ine­vi­ta­bil­men­te, sfo­cia nel­la vio­len­za distrut­ti­va.

In que­sto vuo­to pneu­ma­ti­co, per un ragaz­zi­no fra­gi­le e mar­gi­na­liz­za­to la pia­ni­fi­ca­zio­ne di una stra­ge sco­la­sti­ca o l’a­de­sio­ne a un grup­po radi­ca­le diven­ta­no l’ul­ti­mo “pro­get­to com­ples­so” a dispo­si­zio­ne. L’u­ni­ca sfi­da capa­ce di resti­tui­re una par­ven­za di con­trol­lo, di sen­so, di capa­ci­tà di inci­de­re nel rea­le.

Il para­dos­so è fero­ce. I social net­work bom­bar­da­no i gio­va­ni con la pro­mes­sa del­l’on­ni­po­ten­za 

(“Puoi esse­re chiun­que, puoi ave­re tut­to”), ma la real­tà geo­po­li­ti­ca, eco­no­mi­ca e cli­ma­ti­ca impo­ne un net­to ridi­men­sio­na­men­to: il futu­ro è un lus­so, ed è die­tro un *pay­wall* inac­ces­si­bi­le alle mas­se. 

Di fron­te a que­sto muro, i ragaz­zi assor­bo­no quel­lo che Mark Fisher defi­ni­va il “Rea­li­smo Capi­ta­li­sta”: l’a­tro­ce sen­sa­zio­ne che sia più faci­le imma­gi­na­re la fine del mon­do che un’al­ter­na­ti­va all’at­tua­le siste­ma eco­no­mi­co. Ed è qui che avvie­ne il cor­to cir­cui­to.

Nati­vi digi­ta­li spro­fon­da­ti in un pre­sen­te liqui­do e incer­to cer­ca­no rifu­gio nel­l’u­sa­to sicu­ro del­le ideo­lo­gie più rigi­de. Il neo­na­zi­smo, il supre­ma­ti­smo o la sot­to­cul­tu­ra misó­gi­na degli *incel* non eser­ci­ta­no fasci­no per i loro con­te­nu­ti, ma per la loro for­ma. Offro­no sca­to­le nere pre­fab­bri­ca­te: gerar­chie fer­ree, rego­le immu­ta­bi­li e nemi­ci chia­ri. Un rifu­gio ras­si­cu­ran­te con­tro il caos.

Ma il caos in cui anna­spa­no i ragaz­zi l’ab­bia­mo appa­rec­chia­to noi. I vari siste­mi edu­ca­ti­vi gio­ca­no al gran­de rim­pal­lo: la scuo­la accu­sa la fami­glia, la fami­glia lo Sta­to, lo Sta­to le lob­by del web. 

Nes­su­no si sen­te par­te di un cor­po socia­le uni­co.

Ci lamen­tia­mo del­l’a­nar­chia di Inter­net sen­za accor­ger­ci che navi­ghia­mo nel rea­le con la stes­sa iden­ti­ca super­fi­cia­li­tà. Zyg­munt Bau­man, teo­ri­co del­la *moder­ni­tà liqui­da*, ci ha spie­ga­to come l’in­di­vi­duo con­tem­po­ra­neo si sia ridot­to da cit­ta­di­no a mero con­su­ma­to­re. E noi oggi votia­mo esat­ta­men­te come fac­cia­mo la spe­sa: sce­glia­mo la clas­se diri­gen­te come si sce­glie un pro­dot­to, in balia del mar­ke­ting poli­ti­co e del lea­der-influen­cer di tur­no.

I ragaz­zi ci guar­da­no. Vedo­no adul­ti eter­na­men­te lamen­to­si, dere­spon­sa­bi­liz­za­ti, inca­pa­ci di oppor­re una visio­ne cri­ti­ca al mer­ca­to. Se noi per pri­mi abi­tia­mo il mon­do in que­sto modo, con qua­le auto­ri­tà mora­le pos­sia­mo sgri­dar­li per esser­si rifu­gia­ti in una chat estremista?Internet non è uno spa­zio alie­no, è solo lo spec­chio usto­rio che mas­si­miz­za le frat­tu­re del­la nostra socie­tà ato­miz­za­ta. Non ci sal­ve­rà la cen­su­ra algo­rit­mi­ca se pri­ma non appli­chia­mo una seve­ra “igie­ne del pen­sie­ro” al nostro modo di sta­re al mon­do.

Dob­bia­mo smet­te­re di dele­ga­re le nostre man­can­ze alla tec­no­lo­gia e riap­pro­priar­ci del peso del­le nostre scel­te quo­ti­dia­ne. Dob­bia­mo disin­ne­sca­re il “mar­ke­ting del dis­sen­so” che ci tie­ne in ostag­gio e, soprat­tut­to, dob­bia­mo resti­tui­re ai ragaz­zi il dirit­to al con­flit­to sano. Han­no un dispe­ra­to biso­gno di lot­ta­re per qual­co­sa di rea­le, di spor­car­si le mani per costrui­re un futu­ro tan­gi­bi­le. Solo così smet­te­ran­no di fare la guer­ra in nome dei fan­ta­smi del pas­sa­to.

Sara Fac­chi­ni

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