No all’esame del CIO per le atlete donne

Introdurre ulteriori ostacoli per le donne trans alle olimpiadi avrà il doppio risultato di acuire la discriminazione e la deumanizzazione delle persone trans in ogni aspetto della loro vita, non solo lo sport, e di danneggiare tutte le donne, indipendentemente dalla loro identità di genere.

La deci­sio­ne del Comi­ta­to Olim­pi­co Inter­na­zio­na­le di intro­dur­re il test gene­ti­co per l’ac­ces­so alle gare fem­mi­ni­li è anti­scien­ti­fi­ca, insen­sa­ta e per­se­cu­to­ria e non ha nien­te a che vede­re con lo sport.

Il test del gene SRY col­pi­rà le don­ne trans e le per­so­ne inter­sex, e anche tut­te le don­ne che non rien­tra­no in que­sto sin­go­lo cri­te­rio che vie­ne testa­to. Inol­tre, inse­ri­sce un esa­me aggiun­ti­vo per le atle­te don­ne e solo per le atle­te don­ne, sot­to­po­nen­do i loro cor­pi a un ulte­rio­re, arbi­tra­rio scru­ti­nio.

L’ac­ca­ni­men­to del­le misu­re e la vio­len­za del dibat­ti­to sul­la par­te­ci­pa­zio­ne del­le don­ne trans alle disci­pli­ne spor­ti­ve è par­te di una pre­ci­sa bat­ta­glia con­tro la stes­sa esi­sten­za del­le per­so­ne trans: non ci sono evi­den­ze di nes­sun tipo dei sup­po­sti “van­tag­gi” che le atle­te trans dovreb­be­ro ave­re rispet­to alle altre in gara e il nume­ro del­le don­ne trans che com­pe­to­no ad alto livel­lo negli sport è bas­sis­si­mo (una sola don­na trans ha par­te­ci­pa­to alle olim­pia­di), anche a cau­sa del­la tran­sfo­bia che si tro­va in tut­ti i cam­pi e che ren­de l’am­bien­te osti­le.

Intro­dur­re ulte­rio­ri osta­co­li per le don­ne trans alle olim­pia­di avrà il dop­pio risul­ta­to di acui­re la discri­mi­na­zio­ne e la deu­ma­niz­za­zio­ne del­le per­so­ne trans in ogni aspet­to del­la loro vita, non solo lo sport, e di dan­neg­gia­re tut­te le don­ne, indi­pen­den­te­men­te dal­la loro iden­ti­tà di gene­re: lo sap­pia­mo per­ché è già suc­ces­so, più di una vol­ta. Ima­ne Khe­lif, che è diven­ta­ta recen­te­men­te, suo mal­gra­do, cata­liz­za­tri­ce di que­sta discus­sio­ne, non è una don­na trans, eppu­re la sua car­rie­ra, il suo benes­se­re e la sua sicu­rez­za sono sta­te com­ple­ta­men­te cal­pe­sta­te nel­la foga di far­ne un caso da usa­re con­tro le atle­te trans.

Chie­dia­mo che il CIO ci ripen­si, abban­do­nan­do que­sta posi­zio­ne che non ha riscon­tro scien­ti­fi­co, non ha alcun valo­re spor­ti­vo e non tute­la in nes­su­no modo lo sport fem­mi­ni­le e le atle­te e anzi pone loro ulte­rio­ri osta­co­li.

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