Dieci punti per l’Italia

Quello che chiediamo per la prossima legislatura è un impegno per l’uguaglianza, la libertà e la partecipazione
#

di Giuseppe Civati e Andrea Pertici

Siamo partiti domenica con Liberi e Uguali, uno spazio grande, aperto, plurale e inclusivo che attendevamo da tempo. Sulla base delle linee tracciate nel primo documento elaborato, dobbiamo costruire i punti programmatici fondamentali. È questo l’aspetto per noi più interessante perché qualunque proposta politica deve partire dal merito delle questioni da affrontare per fornire risposte alle necessità delle persone, al fine di promuovere il benessere generale. Per questo Possibile ha elaborato, con la partecipazione di molte e di molti e una discussione aperta e condivisa, un Manifesto disponibile anche in forma sintetica.

Partendo da qui, intendiamo focalizzare in particolare dieci punti qualificanti, che consentano da subito di guardare avanti. La legislatura che si chiude non ha saputo fornire le risposte che gli elettori avevano chiesto con il loro voto, nel 2013. Ha deluso sul piano del ristabilimento dell’uguaglianza, andando anzi nel senso opposto, con ricadute negative sul piano dell’effettivo godimento delle libertà fondamentali e della partecipazione alla vita pubblica. L’art. 3 della Costituzione, infatti, nell’assegnare alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, finalizza questo allo sviluppo della persona umana e alla partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese. A questa funzione la Repubblica ha abdicato da molto, troppo, tempo, come gli elettori avevano detto chiaramente con le ultime elezioni, rimanendo purtroppo inascoltati, come inascoltato è rimasto chi – come noi – ha cercato di portare quella voce nelle istituzioni.

Quello che chiediamo per la prossima legislatura è un impegno per l’uguaglianza, la libertà e la partecipazione, per un’alternativa tra diverse opzioni politiche, che sono i cardini della nostra democrazia, ribaltando lo stato delle cose, per includere tutti coloro che sempre di più sono esclusi. Questo può essere fatto solo con un progetto progressista, coraggioso, innovativo, concreto e soprattutto semplice. Per questo occorre mettere nero su bianco subito almeno 10 punti fondamentali, concretamente realizzabili, con cui non si indichi solo cosa, ma anche come. In questo modo si garantisce la possibilità di mettere in campo queste misure sin dall’inizio, con la fiducia dei cittadini.

 

Il più grande investimento: università e ricerca

In Italia si registra un profondo debito culturale in tema di formazione universitaria e ricerca. Dobbiamo uscire dalla retorica e dalla superficialità che spesso accompagnano il dibattito sul sistema universitario: al Paese serve una rete articolata di atenei in grado di alimentare la crescita del nostro tessuto produttivo. Questo non può essere garantito piazzando solo due atenei tra i primi duecento al mondo. È solo attraverso enormi sforzi che il nostro sistema universitario riesce a mantenere buoni livelli di formazione, così com’è paradossalmente documentato dalla “fuga dei cervelli” che affligge il nostro mercato del lavoro. Registriamo, inoltre, una doppia stratificazione della disuguaglianza: le città del sud rischiano di perdere enormi dosi di capitale umano a causa dell’emigrazione degli studenti verso nord. Per invertire queste tendenze, abbiamo bisogno di un grosso investimento sul sistema dell’innovazione e della ricerca. Un investimento che non sia solo economico, ma anche politico, culturale, e sociale. Per cominciare, dobbiamo portare i finanziamenti alla ricerca in linea con paesi del G7, passando dall’1.3% al 2% del PIL, di cui almeno la metà pubblico, mettendo in conto di dover far progredire tale percentuale, considerato che l’indicazione dell’UE è di tendere al 3%. Dobbiamo dire basta alla logica dei finanziamenti a pioggia, creando strutture con fungano da “funding agencies”, agenzie per la raccolta fondi, sulla scorta delle migliori pratiche nazionali e internazionali. Un’altra tendenza da invertire riguarda il reclutamento e la progressione di carriera in ambito universitario. Dobbiamo fornire solide prospettive ai dottorandi e ai giovani precari dell’università attraverso un reclutamento continuo e pianificato, e riformare i meccanismi di valutazione in base a criteri certi sulla qualità dell’insegnamento e della ricerca. Infine, dobbiamo investire sul diritto allo studio: meno di un miliardo porterebbe l’Italia a raggiungere standard europei, favorendo l’accesso alle strutture di zona (trasporti regionali, mense, collegi, borse di studio), attraverso politiche strutturali e universali, abbandonando la facile scelta dei bonus a pioggia.

 

Un grande piano verde

Per rilanciare il Paese serve una conversione ecologica dell’economia, un grande piano verde per l’efficienza energetica e le rinnovabili. Occorre passare dall’economia lineare a quella circolare, ridurre i consumi energetici (e di risorse) e arrivare alla loro totale decarbonizzazione, che si innesca sia investendo in programmi di efficientamento energetico, sia liberando le energie rinnovabili dalle norme che le imbrigliano, permettendo così alle imprese di guadagnare in competitività e alle famiglie di liberare risorse per altri consumi e investimenti. In quest’ottica è necessaria anche una concorrenza diffusa ai grandi player: i cittadini e le comunità devono diventare protagonisti e riappropriarsi del settore energetico che troppo spesso ha condizionato relazioni internazionali pericolose, dal punto di vista dei diritti umani e dal punto di vista delle conseguenze ambientali.

Nella stessa direzione va la riduzione del consumo di suolo, che certamente, con la riduzione delle emissioni di polveri sottili grazie all’efficientamento energetico e all’investimento in rinnovabili (da gestire contestualmente alla lotta ai tetti in amianto) e a una riorganizzazione dei trasporti urbani, basata su nuove tecnologie e modalità organizzative, migliora la qualità della vita.

 

Meno tasse per molti e più servizi per tutti

Le politiche fiscali di questi anni, hanno prodotto due effetti: una riduzione di tassazione sulle imprese e sulla casa, una tassazione inalterata sui redditi da lavoro e da pensione. La detassazione della prima casa è una forzatura iniqua. Al fine di salvaguardare i servizi è necessario reintrodurre una tassa sulla prima casa sulle abitazioni di maggior valore, anche in base ai redditi dei proprietari. Il bonus da 80 euro è largamente inefficace ed inefficiente, mancando l’obiettivo primario della maggiore giustizia fiscale. La stessa tassazione dei redditi applica solo parzialmente il principio di progressività: le diverse aliquote si traducono, in realtà, in un doppio scaglione. Dobbiamo ridurre la pressione fiscale sui redditi medi e medio-bassi, imporre un maggiore tasso di progressività e redistribuire verso gli incapienti. E la stessa impostazione progressiva deve valere anche per i lavoratori autonomi.

Il prelievo sui redditi da capitale e patrimoniali deve essere sostituito e unificato in un’imposta personale progressiva sul patrimonio complessivo (mobiliare e immobiliare) con aliquote contenute e minimi imponibili adeguati in moda da contribuire a una ragionevole progressività del prelievo. Infine, occorre adeguare a livelli europei la tassazione sulle successioni: oggi, con un’aliquota tra il 4% e l’8%, l’Italia è considerata un paradiso fiscale per le ricchezze passate in successione. In Europa si tocca il 40%, con sistemi proporzionali al valore patrimoniale trasferito, mentre la franchigia, in Germania è tra i 450 e i 500mila euro, a seconda della linea di successione, mentre in Italia è pari a 1 milione.

Questo sistema più equo deve mirare, oltre che alla realizzazione di una maggiore giustizia sociale, alla salvaguardia e allo sviluppo di servizi, attraverso i quali lo Stato, come prevede la Costituzione, si prende cura delle persone, a partire da quelle che hanno maggiormente bisogno (bambini, anziani, disabili), non lasciando sole le famiglie. Oltre che a questo le risorse reperite devono mirare a ridurre il debito pubblico nell’interesse di tutti e soprattutto dei più giovani.

 

Un contratto unico e una giusta paga

Il lavoro deve essere adeguatamente tutelato, attraverso lo sviluppo del Paese e attraverso norme adeguate. A questo proposito proponiamo un contratto unico fin da subito a tempo indeterminato, in tre diverse fasi del percorso di stabilizzazione e formazione del lavoratore: un periodo di prova, della durata massima di tre mesi, un periodo di allineamento professionale e, infine, la fase di stabilizzazione, da completarsi non oltre tre anni dall’attivazione. In quest’ultima fase il recesso potrà avvenire solo per giusta causa e giustificato motivo, con l’applicazione delle tutele piene in caso di licenziamento illegittimo (i.e., tutela reale e tutela obbligatoria). Con il contratto unico vengono cancellati il contratto a tempo determinato e il contratto di apprendistato professionalizzante, e vengono reintrodotte le tutele piene eliminate dal Jobs Act.

Dobbiamo garantire un salario minimo dignitoso, senza compromettere i CCNL. Il livello che abbiamo ritenuto adeguato è pari al 50% del salario orario medio: nessuno sia pagato meno di 7 euro. Solo così sarà garantita quell’esistenza libera e dignitosa prevista dalla Costituzione.

 

Nessun conflitto d’interessi, nessuna situazione di privilegio

L’impegno pubblico non può essere condizionato da interessi privati. Per questo bisogna prevenire ogni conflitto d’interessi, escludendo che chi è titolare (o prossimo congiunto del titolare) o rappresentante di determinati interessi possa . A questo fine servono regole di piena trasparenza degli interessi (attraverso dichiarazioni ben intellegibili, complete e accessibili) di chi ricopre cariche rappresentative e di governo e la previsione di forme di separazione tra interessi pubblici e privati, escludendo, attraverso regole generali e un esame caso per caso, che chi è personalmente e direttamente interessato possa svolgere determinate funzioni. Ciò può avvenire attraverso la previsione di casi di incompatibilità e obblighi di astensione, controllati e sanzionati da soggetti terzi, attraverso l’esclusione dalla possibilità di occuparsi di determinate pratiche, con l’obbligo di conferire i propri beni in trust ciechi, che impediscano di sapere dove sono concentrati i propri rilevanti interessi (salva la possibilità di dismetterli). Occorre anche chiudere le “porte girevoli”, escludendo che si possa passare immediatamente sa ruoli di alta responsabilità del settore pubblico a ruoli dirigenziali del settore privato, portando con sé informazioni e contatti, con evidente condizionamento dell’attività pubblica in vista del passaggio al privato.

 

Una giustizia più certa e più rapida

Occorre rendere più efficiente l’amministrazione della giustizia. Ciò può avvenire anzitutto attraverso maggiori investimenti, che dovrebbero portare anzitutto al completamento della copertura dell’organico. Da un punto di vista normativo, nell’ambito della giustizia civile, la prospettiva che può cambiare realmente le cose consisterebbe nel ridurre i tempi di istruzione della causa, con forte concentrazione nella prima udienza (secondo quanto avviene in Germania e Spagna), prevedendo tempi certi per l’emissione della sentenza.

Al fine di (tornare a) tutelare il diritto d’accesso alla giustizia, occorre ridurre il contributo unificato nei processi civili e amministrativi.

In materia penale, occorre depenalizzare alcuni reati minori (a ciò contribuendo la legalizzazione della cannabis), intervenire sulla prescrizione (facendola decorrere dal momento in cui la persona è indagata, con interruzione al momento del rinvio a giudizio) e potenziare le misure alternative al carcere, in coerenza con la funzione rieducativa della pena.

 

Un’accoglienza umana e regolata

In Italia soggiornano regolarmente cinque milioni di cittadini stranieri che fanno parte a pieno titolo della nostra società, ai quali è necessario estendere e garantire diritti e doveri, a partire dalla possibilità di accesso alla cittadinanza più agevolmente (con riduzione dei termini e ius soli); l’ampliamento delle possibilità di ricongiungimento familiare; il diritto di voto amministrativo per chi risiede in Italia da almeno cinque anni. Dobbiamo inoltre prevedere percorsi di regolarizzazione ordinari e superare la Bossi-Fini attraverso un nuovo visto di ingresso per ricerca lavoro, abrogando il reato di “immigrazione clandestina”, inutile, dannoso e costoso.

Gli arrivi sulle nostre coste, tra il 2014 e il 2016, sono oscillati tra i 150mila e i 180mila: decimali della popolazione italiana (0,3%) che meritano di essere gestite con i dovuti strumenti, a tutela delle fragilità che portano con loro persone in fuga. Abbiamo bisogno di soluzioni comuni a livello europeo: ricerca e soccorso nel Mediterraneo, riforma del Regolamento di Dublino, vie legali e sicure per l’accesso all’Unione. “A casa nostra”, però, dobbiamo combattere la scandalosa gestione straordinaria dell’accoglienza che ha creato spazio a enti interessati a costruire business con, in numerosi casi, aderenze con la criminalità organizzata. Esiste un sistema di accoglienza collaudato e di qualità, denominato Sistema Protezione Richiedenti Asilo e rifugiati (Sprar), che copre solamente il 15% dei posti. L’adesione degli enti locali allo Sprar deve essere resa obbligatoria: ogni comune, finanziato dall’amministrazione centrale dello Stato, così come avviene ora, deve rendere disponibili un determinato numero di posti per l’accoglienza diffusa, con uno sguardo ai modelli più evoluti (pensiamo al Canada e all’accoglienza in casa). Obiettivo è creare un sistema di inclusione funzionante, capace di fornire ai titolari di protezione gli strumenti necessari a rendersi autonomi una volta usciti dal percorso di accoglienza.

 

La scuola e la formazione

La scuola italiana ha affrontato con energie proprie sfide enormi, a partire dall’integrazione di 800mila bambini che venivano da tutte le parti del mondo, nonostante lo scarso sostegno dello Stato. Ci vuole una politica che non riforma dall’alto con un «editto» ma che si pone a fianco dei «riformatori» che nelle scuole già lavorano. Partiamo dall’abbandono scolastico precoce, un fenomeno che raggiunge percentuali molto elevate negli istituti professionali, nelle aree metropolitane meridionali, laddove il tasso di analfabetismo è ben al di sopra della media nazionale. Le cause sono principalmente culturali, sociali ed economiche, il che alimenta il vortice della disuguaglianza. Dobbiamo perciò innalzare ai 18 anni l’obbligo scolastico e agire sullo snodo più delicato, il biennio della scuola secondaria di secondo grado, prevedendo inoltre percorsi di alfabetizzazione finanziaria e di educazione costituzionale. E occorre indirizzare investimenti pubblici di tipo perequativo verso le scuole più svantaggiate e periferiche.

Investire sulla scuola vuol dire anche investire sui docenti: non parliamo esclusivamente di misure salariali, ma di formazione e modelli di reclutamento. Pensiamo quindi a un’integrazione del percorso formativo all’interno degli studi universitari, creando maggiori occasioni di collegamento tra scuola e università.

 

Un nuovo diritto di famiglia: per il matrimonio ugualitario e le adozioni per tutti

Il diritto di famiglia deve essere riformato, riconoscendo tutte le nuove tipologie di rapporti familiari. Per questo occorre prevedere il matrimonio ugualitario e l’estensione delle unioni civili per tutte le persone, a prescindere dal sesso e dall’orientamento sessuale. Devono essere previste le adozioni anche a singoli e coppie senza alcuna discriminazione per orientamento sessuale e/o identità di genere. Una questione che si tiene con la necessità di estendere la possibilità di fare ricorso alla fecondazione assistita anche da parte di donne lesbiche e single. Non possiamo più pensare ad un solo tipo di famiglia, ma dobbiamo considerare che già ne esistono tante diverse forme.

 

Un’Europa più forte e partecipata

Serve un’Unione europea più democratica, con istituzioni legittimate dal popolo, sulla base di progetti e programmi politici, contrapposti gli uni agli altri, con conseguente possibilità di scelta da parte dei cittadini europei. Un Parlamento eletto con liste anche transnazionali, un esecutivo legittimato dal popolo (magari con elezione diretta del Presidente o almeno con voto di fiducia alla Commissione). E efficaci strumenti di democrazia diretta (ad iniziativa dei cittadini) anche a livello europeo. Tutto questo in vista dello sviluppo di un’Unione sempre più politica, che porti a una difesa comune europea (come già proposto nei primi anni Cinquanta), anche tornando così a valorizzare la costruzione europea come finalizzata al mantenimento e alla promozione della pace. Occorre poi realizzare un’unione fiscale, perché l’assenza di coordinamento delle politiche fiscali ed economiche rende fragile l’unione monetaria e escludere la spese per gli investimenti dal calcolo del deficit.

 

Come disse Franklin Delano Roosevelt, nel celebre discorso sulle quattro libertà, «questa non è la visione di un lontano millennio. Si tratta di un preciso piano per un mondo possibile raggiungibile nel nostro tempo e dalla nostra generazione». Dobbiamo farlo insieme.

  • 440
  •  
  •  
  •  
  •  

AIUTACI a scrivere altri articoli come quello che hai appena letto con una donazione e con il 2x1000 nella dichiarazione dei redditi aggiungendo il codice S36 nell'apposito riquadro dedicato ai partiti politici.
Se ancora non la ricevi, puoi registrarti alla nostra newsletter. Partecipa anche tu!

Iscriviti alla newsletter di Possibile

Please wait

Post Correlati