Dieci punti per l’Italia

Quello che chiediamo per la prossima legislatura è un impegno per l’uguaglianza, la libertà e la partecipazione

[vc_row][vc_column][vc_column_text]di Giu­sep­pe Civa­ti e Andrea Pertici

Sia­mo par­ti­ti dome­ni­ca con Libe­ri e Ugua­li, uno spa­zio gran­de, aper­to, plu­ra­le e inclu­si­vo che atten­de­va­mo da tem­po. Sul­la base del­le linee trac­cia­te nel pri­mo docu­men­to ela­bo­ra­to, dob­bia­mo costrui­re i pun­ti pro­gram­ma­ti­ci fon­da­men­ta­li. È que­sto l’aspetto per noi più inte­res­san­te per­ché qua­lun­que pro­po­sta poli­ti­ca deve par­ti­re dal meri­to del­le que­stio­ni da affron­ta­re per for­ni­re rispo­ste alle neces­si­tà del­le per­so­ne, al fine di pro­muo­ve­re il benes­se­re gene­ra­le. Per que­sto Pos­si­bi­le ha ela­bo­ra­to, con la par­te­ci­pa­zio­ne di mol­te e di mol­ti e una discus­sio­ne aper­ta e con­di­vi­sa, un Mani­fe­sto dispo­ni­bi­le anche in for­ma sin­te­ti­ca.

Par­ten­do da qui, inten­dia­mo foca­liz­za­re in par­ti­co­la­re die­ci pun­ti qua­li­fi­can­ti, che con­sen­ta­no da subi­to di guar­da­re avan­ti. La legi­sla­tu­ra che si chiu­de non ha sapu­to for­ni­re le rispo­ste che gli elet­to­ri ave­va­no chie­sto con il loro voto, nel 2013. Ha delu­so sul pia­no del rista­bi­li­men­to dell’uguaglianza, andan­do anzi nel sen­so oppo­sto, con rica­du­te nega­ti­ve sul pia­no dell’effettivo godi­men­to del­le liber­tà fon­da­men­ta­li e del­la par­te­ci­pa­zio­ne alla vita pub­bli­ca. L’art. 3 del­la Costi­tu­zio­ne, infat­ti, nell’assegnare alla Repub­bli­ca il com­pi­to di rimuo­ve­re gli osta­co­li di ordi­ne eco­no­mi­co e socia­le che limi­ta­no la liber­tà e l’uguaglianza dei cit­ta­di­ni, fina­liz­za que­sto allo svi­lup­po del­la per­so­na uma­na e alla par­te­ci­pa­zio­ne di tut­ti i lavo­ra­to­ri all’organizzazione poli­ti­ca, eco­no­mi­ca e socia­le del Pae­se. A que­sta fun­zio­ne la Repub­bli­ca ha abdi­ca­to da mol­to, trop­po, tem­po, come gli elet­to­ri ave­va­no det­to chia­ra­men­te con le ulti­me ele­zio­ni, rima­nen­do pur­trop­po ina­scol­ta­ti, come ina­scol­ta­to è rima­sto chi – come noi – ha cer­ca­to di por­ta­re quel­la voce nel­le istituzioni.

Quel­lo che chie­dia­mo per la pros­si­ma legi­sla­tu­ra è un impe­gno per l’uguaglianza, la liber­tà e la par­te­ci­pa­zio­ne, per un’alter­na­ti­va tra diver­se opzio­ni poli­ti­che, che sono i car­di­ni del­la nostra demo­cra­zia, ribal­tan­do lo sta­to del­le cose, per inclu­de­re tut­ti colo­ro che sem­pre di più sono esclu­si. Que­sto può esse­re fat­to solo con un pro­get­to pro­gres­si­sta, corag­gio­so, inno­va­ti­vo, con­cre­to e soprat­tut­to sem­pli­ce. Per que­sto occor­re met­te­re nero su bian­co subi­to alme­no 10 pun­ti fon­da­men­ta­li, con­cre­ta­men­te rea­liz­za­bi­li, con cui non si indi­chi solo cosa, ma anche come. In que­sto modo si garan­ti­sce la pos­si­bi­li­tà di met­te­re in cam­po que­ste misu­re sin dall’ini­zio, con la fidu­cia dei cittadini.

 

Il più gran­de inve­sti­men­to: uni­ver­si­tà e ricerca

In Ita­lia si regi­stra un pro­fon­do debi­to cul­tu­ra­le in tema di for­ma­zio­ne uni­ver­si­ta­ria e ricer­ca. Dob­bia­mo usci­re dal­la reto­ri­ca e dal­la super­fi­cia­li­tà che spes­so accom­pa­gna­no il dibat­ti­to sul siste­ma uni­ver­si­ta­rio: al Pae­se ser­ve una rete arti­co­la­ta di ate­nei in gra­do di ali­men­ta­re la cre­sci­ta del nostro tes­su­to pro­dut­ti­vo. Que­sto non può esse­re garan­ti­to piaz­zan­do solo due ate­nei tra i pri­mi due­cen­to al mon­do. È solo attra­ver­so enor­mi sfor­zi che il nostro siste­ma uni­ver­si­ta­rio rie­sce a man­te­ne­re buo­ni livel­li di for­ma­zio­ne, così com’è para­dos­sal­men­te docu­men­ta­to dal­la “fuga dei cer­vel­li” che afflig­ge il nostro mer­ca­to del lavo­ro. Regi­stria­mo, inol­tre, una dop­pia stra­ti­fi­ca­zio­ne del­la disu­gua­glian­za: le cit­tà del sud rischia­no di per­de­re enor­mi dosi di capi­ta­le uma­no a cau­sa dell’emigrazione degli stu­den­ti ver­so nord. Per inver­ti­re que­ste ten­den­ze, abbia­mo biso­gno di un gros­so inve­sti­men­to sul siste­ma dell’innovazione e del­la ricer­ca. Un inve­sti­men­to che non sia solo eco­no­mi­co, ma anche poli­ti­co, cul­tu­ra­le, e socia­le. Per comin­cia­re, dob­bia­mo por­ta­re i finan­zia­men­ti alla ricer­ca in linea con pae­si del G7, pas­san­do dall’1.3% al 2% del PIL, di cui alme­no la metà pub­bli­co, met­ten­do in con­to di dover far pro­gre­di­re tale per­cen­tua­le, con­si­de­ra­to che l’indicazione dell’UE è di ten­de­re al 3%. Dob­bia­mo dire basta alla logi­ca dei finan­zia­men­ti a piog­gia, crean­do strut­tu­re con fun­ga­no da “fun­ding agen­cies”, agen­zie per la rac­col­ta fon­di, sul­la scor­ta del­le miglio­ri pra­ti­che nazio­na­li e inter­na­zio­na­li. Un’altra ten­den­za da inver­ti­re riguar­da il reclu­ta­men­to e la pro­gres­sio­ne di car­rie­ra in ambi­to uni­ver­si­ta­rio. Dob­bia­mo for­ni­re soli­de pro­spet­ti­ve ai dot­to­ran­di e ai gio­va­ni pre­ca­ri dell’università attra­ver­so un reclu­ta­men­to con­ti­nuo e pia­ni­fi­ca­to, e rifor­ma­re i mec­ca­ni­smi di valu­ta­zio­ne in base a cri­te­ri cer­ti sul­la qua­li­tà dell’insegnamento e del­la ricer­ca. Infi­ne, dob­bia­mo inve­sti­re sul dirit­to allo stu­dio: meno di un miliar­do por­te­reb­be l’Italia a rag­giun­ge­re stan­dard euro­pei, favo­ren­do l’accesso alle strut­tu­re di zona (tra­spor­ti regio­na­li, men­se, col­le­gi, bor­se di stu­dio), attra­ver­so poli­ti­che strut­tu­ra­li e uni­ver­sa­li, abban­do­nan­do la faci­le scel­ta dei bonus a pioggia.

 

Un gran­de pia­no verde

Per rilan­cia­re il Pae­se ser­ve una con­ver­sio­ne eco­lo­gi­ca dell’economia, un gran­de pia­no ver­de per l’ef­fi­cien­za ener­ge­ti­ca e le rin­no­va­bi­li. Occor­re pas­sa­re dall’economia linea­re a quel­la cir­co­la­re, ridur­re i con­su­mi ener­ge­ti­ci (e di risor­se) e arri­va­re alla loro tota­le decar­bo­niz­za­zio­ne, che si inne­sca sia inve­sten­do in pro­gram­mi di effi­cien­ta­men­to ener­ge­ti­co, sia libe­ran­do le ener­gie rin­no­va­bi­li dal­le nor­me che le imbri­glia­no, per­met­ten­do così alle impre­se di gua­da­gna­re in com­pe­ti­ti­vi­tà e alle fami­glie di libe­ra­re risor­se per altri con­su­mi e inve­sti­men­ti. In quest’ottica è neces­sa­ria anche una con­cor­ren­za dif­fu­sa ai gran­di player: i cit­ta­di­ni e le comu­ni­tà devo­no diven­ta­re pro­ta­go­ni­sti e riap­pro­priar­si del set­to­re ener­ge­ti­co che trop­po spes­so ha con­di­zio­na­to rela­zio­ni inter­na­zio­na­li peri­co­lo­se, dal pun­to di vista dei dirit­ti uma­ni e dal pun­to di vista del­le con­se­guen­ze ambientali.

Nel­la stes­sa dire­zio­ne va la ridu­zio­ne del con­su­mo di suo­lo, che cer­ta­men­te, con la ridu­zio­ne del­le emis­sio­ni di pol­ve­ri sot­ti­li gra­zie all’efficientamento ener­ge­ti­co e all’investimento in rin­no­va­bi­li (da gesti­re con­te­stual­men­te alla lot­ta ai tet­ti in amian­to) e a una rior­ga­niz­za­zio­ne dei tra­spor­ti urba­ni, basa­ta su nuo­ve tec­no­lo­gie e moda­li­tà orga­niz­za­ti­ve, miglio­ra la qua­li­tà del­la vita.

 

Meno tas­se per mol­ti e più ser­vi­zi per tutti

Le poli­ti­che fisca­li di que­sti anni, han­no pro­dot­to due effet­ti: una ridu­zio­ne di tas­sa­zio­ne sul­le impre­se e sul­la casa, una tas­sa­zio­ne inal­te­ra­ta sui red­di­ti da lavo­ro e da pen­sio­ne. La detas­sa­zio­ne del­la pri­ma casa è una for­za­tu­ra ini­qua. Al fine di sal­va­guar­da­re i ser­vi­zi è neces­sa­rio rein­tro­dur­re una tas­sa sul­la pri­ma casa sul­le abi­ta­zio­ni di mag­gior valo­re, anche in base ai red­di­ti dei pro­prie­ta­ri. Il bonus da 80 euro è lar­ga­men­te inef­fi­ca­ce ed inef­fi­cien­te, man­can­do l’obiettivo pri­ma­rio del­la mag­gio­re giu­sti­zia fisca­le. La stes­sa tas­sa­zio­ne dei red­di­ti appli­ca solo par­zial­men­te il prin­ci­pio di pro­gres­si­vi­tà: le diver­se ali­quo­te si tra­du­co­no, in real­tà, in un dop­pio sca­glio­ne. Dob­bia­mo ridur­re la pres­sio­ne fisca­le sui red­di­ti medi e medio-bas­si, impor­re un mag­gio­re tas­so di pro­gres­si­vi­tà e redi­stri­bui­re ver­so gli inca­pien­ti. E la stes­sa impo­sta­zio­ne pro­gres­si­va deve vale­re anche per i lavo­ra­to­ri auto­no­mi.

Il pre­lie­vo sui red­di­ti da capi­ta­le e patri­mo­nia­li deve esse­re sosti­tui­to e uni­fi­ca­to in un’impo­sta per­so­na­le pro­gres­si­va sul patri­mo­nio com­ples­si­vo (mobi­lia­re e immo­bi­lia­re) con ali­quo­te con­te­nu­te e mini­mi impo­ni­bi­li ade­gua­ti in moda da con­tri­bui­re a una ragio­ne­vo­le pro­gres­si­vi­tà del pre­lie­vo. Infi­ne, occor­re ade­gua­re a livel­li euro­pei la tas­sa­zio­ne sul­le suc­ces­sio­ni: oggi, con un’aliquota tra il 4% e l’8%, l’Italia è con­si­de­ra­ta un para­di­so fisca­le per le ric­chez­ze pas­sa­te in suc­ces­sio­ne. In Euro­pa si toc­ca il 40%, con siste­mi pro­por­zio­na­li al valo­re patri­mo­nia­le tra­sfe­ri­to, men­tre la fran­chi­gia, in Ger­ma­nia è tra i 450 e i 500mila euro, a secon­da del­la linea di suc­ces­sio­ne, men­tre in Ita­lia è pari a 1 milione.

Que­sto siste­ma più equo deve mira­re, oltre che alla rea­liz­za­zio­ne di una mag­gio­re giu­sti­zia socia­le, alla sal­va­guar­dia e allo svi­lup­po di ser­vi­zi, attra­ver­so i qua­li lo Sta­to, come pre­ve­de la Costi­tu­zio­ne, si pren­de cura del­le per­so­ne, a par­ti­re da quel­le che han­no mag­gior­men­te biso­gno (bam­bi­ni, anzia­ni, disa­bi­li), non lascian­do sole le fami­glie. Oltre che a que­sto le risor­se repe­ri­te devo­no mira­re a ridur­re il debi­to pub­bli­co nell’interesse di tut­ti e soprat­tut­to dei più giovani.

 

Un con­trat­to uni­co e una giu­sta paga

Il lavo­ro deve esse­re ade­gua­ta­men­te tute­la­to, attra­ver­so lo svi­lup­po del Pae­se e attra­ver­so nor­me ade­gua­te. A que­sto pro­po­si­to pro­po­nia­mo un con­trat­to uni­co fin da subi­to a tem­po inde­ter­mi­na­to, in tre diver­se fasi del per­cor­so di sta­bi­liz­za­zio­ne e for­ma­zio­ne del lavo­ra­to­re: un perio­do di pro­va, del­la dura­ta mas­si­ma di tre mesi, un perio­do di alli­nea­men­to pro­fes­sio­na­le e, infi­ne, la fase di sta­bi­liz­za­zio­ne, da com­ple­tar­si non oltre tre anni dall’attivazione. In quest’ultima fase il reces­so potrà avve­ni­re solo per giu­sta cau­sa e giu­sti­fi­ca­to moti­vo, con l’applicazione del­le tute­le pie­ne in caso di licen­zia­men­to ille­git­ti­mo (i.e., tute­la rea­le e tute­la obbli­ga­to­ria). Con il con­trat­to uni­co ven­go­no can­cel­la­ti il con­trat­to a tem­po deter­mi­na­to e il con­trat­to di appren­di­sta­to pro­fes­sio­na­liz­zan­te, e ven­go­no rein­tro­dot­te le tute­le pie­ne eli­mi­na­te dal Jobs Act.

Dob­bia­mo garan­ti­re un sala­rio mini­mo digni­to­so, sen­za com­pro­met­te­re i CCNL. Il livel­lo che abbia­mo rite­nu­to ade­gua­to è pari al 50% del sala­rio ora­rio medio: nes­su­no sia paga­to meno di 7 euro. Solo così sarà garan­ti­ta quell’esistenza libe­ra e digni­to­sa pre­vi­sta dal­la Costituzione.

 

Nes­sun con­flit­to d’interessi, nes­su­na situa­zio­ne di privilegio

L’impegno pub­bli­co non può esse­re con­di­zio­na­to da inte­res­si pri­va­ti. Per que­sto biso­gna pre­ve­ni­re ogni con­flit­to d’interessi, esclu­den­do che chi è tito­la­re (o pros­si­mo con­giun­to del tito­la­re) o rap­pre­sen­tan­te di deter­mi­na­ti inte­res­si pos­sa . A que­sto fine ser­vo­no rego­le di pie­na tra­spa­ren­za degli inte­res­si (attra­ver­so dichia­ra­zio­ni ben intel­le­gi­bi­li, com­ple­te e acces­si­bi­li) di chi rico­pre cari­che rap­pre­sen­ta­ti­ve e di gover­no e la pre­vi­sio­ne di for­me di sepa­ra­zio­ne tra inte­res­si pub­bli­ci e pri­va­ti, esclu­den­do, attra­ver­so rego­le gene­ra­li e un esa­me caso per caso, che chi è per­so­nal­men­te e diret­ta­men­te inte­res­sa­to pos­sa svol­ge­re deter­mi­na­te fun­zio­ni. Ciò può avve­ni­re attra­ver­so la pre­vi­sio­ne di casi di incom­pa­ti­bi­li­tà e obbli­ghi di asten­sio­ne, con­trol­la­ti e san­zio­na­ti da sog­get­ti ter­zi, attra­ver­so l’esclu­sio­ne dal­la pos­si­bi­li­tà di occu­par­si di deter­mi­na­te pra­ti­che, con l’obbligo di con­fe­ri­re i pro­pri beni in tru­st cie­chi, che impe­di­sca­no di sape­re dove sono con­cen­tra­ti i pro­pri rile­van­ti inte­res­si (sal­va la pos­si­bi­li­tà di dismet­ter­li). Occor­re anche chiu­de­re le “por­te gire­vo­li”, esclu­den­do che si pos­sa pas­sa­re imme­dia­ta­men­te sa ruo­li di alta respon­sa­bi­li­tà del set­to­re pub­bli­co a ruo­li diri­gen­zia­li del set­to­re pri­va­to, por­tan­do con sé infor­ma­zio­ni e con­tat­ti, con evi­den­te con­di­zio­na­men­to dell’attività pub­bli­ca in vista del pas­sag­gio al privato.

 

Una giu­sti­zia più cer­ta e più rapida

Occor­re ren­de­re più effi­cien­te l’amministrazione del­la giu­sti­zia. Ciò può avve­ni­re anzi­tut­to attra­ver­so mag­gio­ri inve­sti­men­ti, che dovreb­be­ro por­ta­re anzi­tut­to al com­ple­ta­men­to del­la coper­tu­ra del­l’or­ga­ni­co. Da un pun­to di vista nor­ma­ti­vo, nell’ambito del­la giu­sti­zia civi­le, la pro­spet­ti­va che può cam­bia­re real­men­te le cose con­si­ste­reb­be nel ridur­re i tem­pi di istru­zio­ne del­la cau­sa, con for­te con­cen­tra­zio­ne nel­la pri­ma udien­za (secon­do quan­to avvie­ne in Ger­ma­nia e Spa­gna), pre­ve­den­do tem­pi cer­ti per l’emissione del­la sen­ten­za.

Al fine di (tor­na­re a) tute­la­re il dirit­to d’accesso alla giu­sti­zia, occor­re ridur­re il con­tri­bu­to uni­fi­ca­to nei pro­ces­si civi­li e amministrativi.

In mate­ria pena­le, occor­re depe­na­liz­za­re alcu­ni rea­ti mino­ri (a ciò con­tri­buen­do la lega­liz­za­zio­ne del­la can­na­bis), inter­ve­ni­re sul­la pre­scri­zio­ne (facen­do­la decor­re­re dal momen­to in cui la per­so­na è inda­ga­ta, con inter­ru­zio­ne al momen­to del rin­vio a giu­di­zio) e poten­zia­re le misu­re alter­na­ti­ve al car­ce­re, in coe­ren­za con la fun­zio­ne rie­du­ca­ti­va del­la pena.

 

Un’accoglienza uma­na e regolata

In Ita­lia sog­gior­na­no rego­lar­men­te cin­que milio­ni di cit­ta­di­ni stra­nie­ri che fan­no par­te a pie­no tito­lo del­la nostra socie­tà, ai qua­li è neces­sa­rio esten­de­re e garan­ti­re dirit­ti e dove­ri, a par­ti­re dal­la pos­si­bi­li­tà di acces­so alla cit­ta­di­nan­za più age­vol­men­te (con ridu­zio­ne dei ter­mi­ni e ius soli); l’ampliamento del­le pos­si­bi­li­tà di ricon­giun­gi­men­to fami­lia­re; il dirit­to di voto ammi­ni­stra­ti­vo per chi risie­de in Ita­lia da alme­no cin­que anni. Dob­bia­mo inol­tre pre­ve­de­re per­cor­si di rego­la­riz­za­zio­ne ordi­na­ri e supe­ra­re la Bos­si-Fini attra­ver­so un nuo­vo visto di ingres­so per ricer­ca lavo­ro, abro­gan­do il rea­to di “immi­gra­zio­ne clan­de­sti­na”, inu­ti­le, dan­no­so e costoso.

Gli arri­vi sul­le nostre coste, tra il 2014 e il 2016, sono oscil­la­ti tra i 150mila e i 180mila: deci­ma­li del­la popo­la­zio­ne ita­lia­na (0,3%) che meri­ta­no di esse­re gesti­te con i dovu­ti stru­men­ti, a tute­la del­le fra­gi­li­tà che por­ta­no con loro per­so­ne in fuga. Abbia­mo biso­gno di solu­zio­ni comu­ni a livel­lo euro­peo: ricer­ca e soc­cor­so nel Medi­ter­ra­neo, rifor­ma del Rego­la­men­to di Dubli­no, vie lega­li e sicu­re per l’accesso all’Unione. “A casa nostra”, però, dob­bia­mo com­bat­te­re la scan­da­lo­sa gestio­ne straor­di­na­ria dell’accoglienza che ha crea­to spa­zio a enti inte­res­sa­ti a costrui­re busi­ness con, in nume­ro­si casi, ade­ren­ze con la cri­mi­na­li­tà orga­niz­za­ta. Esi­ste un siste­ma di acco­glien­za col­lau­da­to e di qua­li­tà, deno­mi­na­to Siste­ma Pro­te­zio­ne Richie­den­ti Asi­lo e rifu­gia­ti (Sprar), che copre sola­men­te il 15% dei posti. L’adesione degli enti loca­li allo Sprar deve esse­re resa obbli­ga­to­ria: ogni comu­ne, finan­zia­to dall’amministrazione cen­tra­le del­lo Sta­to, così come avvie­ne ora, deve ren­de­re dispo­ni­bi­li un deter­mi­na­to nume­ro di posti per l’accoglienza dif­fu­sa, con uno sguar­do ai model­li più evo­lu­ti (pen­sia­mo al Cana­da e all’accoglienza in casa). Obiet­ti­vo è crea­re un siste­ma di inclu­sio­ne fun­zio­nan­te, capa­ce di for­ni­re ai tito­la­ri di pro­te­zio­ne gli stru­men­ti neces­sa­ri a ren­der­si auto­no­mi una vol­ta usci­ti dal per­cor­so di accoglienza.

 

La scuo­la e la for­ma­zio­ne

La scuo­la ita­lia­na ha affron­ta­to con ener­gie pro­prie sfi­de enor­mi, a par­ti­re dall’integrazione di 800mila bam­bi­ni che veni­va­no da tut­te le par­ti del mon­do, nono­stan­te lo scar­so soste­gno del­lo Sta­to. Ci vuo­le una poli­ti­ca che non rifor­ma dall’alto con un «edit­to» ma che si pone a fian­co dei «rifor­ma­to­ri» che nel­le scuo­le già lavo­ra­no. Par­tia­mo dall’abbandono sco­la­sti­co pre­co­ce, un feno­me­no che rag­giun­ge per­cen­tua­li mol­to ele­va­te negli isti­tu­ti pro­fes­sio­na­li, nel­le aree metro­po­li­ta­ne meri­dio­na­li, lad­do­ve il tas­so di anal­fa­be­ti­smo è ben al di sopra del­la media nazio­na­le. Le cau­se sono prin­ci­pal­men­te cul­tu­ra­li, socia­li ed eco­no­mi­che, il che ali­men­ta il vor­ti­ce del­la disu­gua­glian­za. Dob­bia­mo per­ciò innal­za­re ai 18 anni l’obbligo sco­la­sti­co e agi­re sul­lo sno­do più deli­ca­to, il bien­nio del­la scuo­la secon­da­ria di secon­do gra­do, pre­ve­den­do inol­tre per­cor­si di alfa­be­tiz­za­zio­ne finan­zia­ria e di edu­ca­zio­ne costi­tu­zio­na­le. E occor­re indi­riz­za­re inve­sti­men­ti pub­bli­ci di tipo pere­qua­ti­vo ver­so le scuo­le più svan­tag­gia­te e peri­fe­ri­che.

Inve­sti­re sul­la scuo­la vuol dire anche inve­sti­re sui docen­ti: non par­lia­mo esclu­si­va­men­te di misu­re sala­ria­li, ma di for­ma­zio­ne e model­li di reclu­ta­men­to. Pen­sia­mo quin­di a un’in­te­gra­zio­ne del per­cor­so for­ma­ti­vo all’in­ter­no degli stu­di uni­ver­si­ta­ri, crean­do mag­gio­ri occa­sio­ni di col­le­ga­men­to tra scuo­la e università.

 

Un nuo­vo dirit­to di fami­glia: per il matri­mo­nio ugua­li­ta­rio e le ado­zio­ni per tutti

Il dirit­to di fami­glia deve esse­re rifor­ma­to, rico­no­scen­do tut­te le nuo­ve tipo­lo­gie di rap­por­ti fami­lia­ri. Per que­sto occor­re pre­ve­de­re il matri­mo­nio ugua­li­ta­rio e l’estensione del­le unio­ni civi­li per tut­te le per­so­ne, a pre­scin­de­re dal ses­so e dall’orientamento ses­sua­le. Devo­no esse­re pre­vi­ste le ado­zio­ni anche a sin­go­li e cop­pie sen­za alcu­na discri­mi­na­zio­ne per orien­ta­men­to ses­sua­le e/o iden­ti­tà di gene­re. Una que­stio­ne che si tie­ne con la neces­si­tà di esten­de­re la pos­si­bi­li­tà di fare ricor­so alla fecon­da­zio­ne assi­sti­ta anche da par­te di don­ne lesbi­che e sin­gle. Non pos­sia­mo più pen­sa­re ad un solo tipo di fami­glia, ma dob­bia­mo con­si­de­ra­re che già ne esi­sto­no tan­te diver­se forme.

 

Un’Europa più for­te e partecipata

Ser­ve un’Unione euro­pea più demo­cra­ti­ca, con isti­tu­zio­ni legit­ti­ma­te dal popo­lo, sul­la base di pro­get­ti e pro­gram­mi poli­ti­ci, con­trap­po­sti gli uni agli altri, con con­se­guen­te pos­si­bi­li­tà di scel­ta da par­te dei cit­ta­di­ni euro­pei. Un Par­la­men­to elet­to con liste anche trans­na­zio­na­li, un ese­cu­ti­vo legit­ti­ma­to dal popo­lo (maga­ri con ele­zio­ne diret­ta del Pre­si­den­te o alme­no con voto di fidu­cia alla Com­mis­sio­ne). E effi­ca­ci stru­men­ti di demo­cra­zia diret­ta (ad ini­zia­ti­va dei cit­ta­di­ni) anche a livel­lo euro­peo. Tut­to que­sto in vista del­lo svi­lup­po di un’Unione sem­pre più poli­ti­ca, che por­ti a una dife­sa comu­ne euro­pea (come già pro­po­sto nei pri­mi anni Cin­quan­ta), anche tor­nan­do così a valo­riz­za­re la costru­zio­ne euro­pea come fina­liz­za­ta al man­te­ni­men­to e alla pro­mo­zio­ne del­la pace. Occor­re poi rea­liz­za­re un’unio­ne fisca­le, per­ché l’assenza di coor­di­na­men­to del­le poli­ti­che fisca­li ed eco­no­mi­che ren­de fra­gi­le l’unione mone­ta­ria e esclu­de­re la spe­se per gli inve­sti­men­ti dal cal­co­lo del defi­cit.

 

Come dis­se Frank­lin Dela­no Roo­se­velt, nel cele­bre discor­so sul­le quat­tro liber­tà, «que­sta non è la visio­ne di un lon­ta­no mil­len­nio. Si trat­ta di un pre­ci­so pia­no per un mon­do pos­si­bi­le rag­giun­gi­bi­le nel nostro tem­po e dal­la nostra gene­ra­zio­ne». Dob­bia­mo far­lo insie­me.[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row]

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Già nel 2018 Pos­si­bi­le ha pre­sen­ta­to una pro­po­sta di leg­ge sul sala­rio mini­mo. In quel­la pro­po­sta, l’introduzione di un sala­rio mini­mo lega­le, che rico­no­sces­se ai mini­mi tabel­la­ri un valo­re lega­le erga omnes quan­do que­sti fos­se­ro al di sopra del­la soglia sta­bi­li­ta, for­ni­va una inno­va­ti­va inter­pre­ta­zio­ne del­lo stru­men­to, sino a quel tem­po bloc­ca­to dal timo­re di ero­de­re pote­re con­trat­tua­le ai sin­da­ca­ti. Il testo del 2018 è sta­to riscrit­to e miglio­ra­to in alcu­ni dispo­si­ti­vi ed è pron­to per diven­ta­re una pro­po­sta di leg­ge di ini­zia­ti­va popolare.

500.000 firme per la cannabis: la politica si è piantata? Noi siamo per piantarla e mobilitarci.

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Pre­pa­ra­te lo SPID! Sarà una cam­pa­gna bre­vis­si­ma, dif­fi­ci­le, per cui ser­vi­rà tut­to il vostro aiu­to. Ma si può fare. Ed è giu­sto provarci.

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