Parlare di violenza sessuale significa confrontarsi con una realtà drammatica e pervasiva, che colpisce milioni di persone ogni anno, violando diritti umani fondamentali. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’ONU, quasi una donna su tre ha subito violenza fisica o sessuale nella vita, e centinaia di milioni di ragazze sono state vittime di abusi prima dei 18 anni. Non sono numeri astratti: sono vite spezzate, traumi psicologici, sociali e fisici che accompagnano le persone per anni, storie che chiedono giustizia, riconoscimento e protezione.

Il ddl 1715, attualmente all’esame del Senato, rappresenta una grande opportunità per cambiare finalmente il paradigma: non più la violenza sessuale misurata solo attraverso la forza fisica o la minaccia, ma centrata sul consenso libero, consapevole e revocabile della persona coinvolta. Questo principio significa che qualsiasi atto sessuale senza un sì chiaro e consapevole è reato, e sposta completamente il peso della responsabilità sull’autore della violenza. Non si tratta di un dettaglio tecnico: è la differenza tra giustizia reale e una finta tutela che colpevolizza la vittima.
“Il consenso è tutto quando si tratta di sesso. L’essere in silenzio o il non dire esplicitamente ‘no’ non equivale a dare consenso.” — #IoLoChiedo, Amnesty International

E’ assurda, quindi, la proposta della senatrice Bongiorno di sostituire il concetto di consenso con quello di dissenso che rischia di invertire tutto il lavoro fatto negli ultimi anni, e negli ultimi mesi con questo ddl. Non si tratta di un mero cambio lessicale, ma della volontà politica di ribaltare, di nuovo, il paradigma: nel modello del dissenso, infatti, è chi subisce violenza deve dimostrare di essersi opposto, di aver detto “no” chiaramente e abbastanza. È una logica che riporta indietro la legge e la cultura, facendo tornare sulle vittime il peso della responsabilità e aumentando la discrezionalità dei giudici. Spesso chi subisce violenza si blocca, non reagisce fisicamente o non sa come manifestare opposizione in quel momento, e pretendere da queste persone di “difendersi abbastanza” è semplicemente ingiusto.
Il consenso, al contrario, è un principio universale e positivo, riconosciuto anche dalla Convenzione di Istanbul, secondo cui la volontà della persona deve essere libera e valutata nel contesto reale in cui l’atto avviene. Significa dire chiaramente che chi subisce violenza non è responsabile, che la sua immobilità, il silenzio o la paura non possono mai essere interpretati come consenso.
“In caso di dubbio sul consenso, chiedilo espressamente.” — #IoLoChiedo, Amnesty International

I dati globali sono impietosi: centinaia di milioni di donne e ragazze hanno subito violenze, e solo una minima parte denuncia, perché il sistema giudiziario richiede criteri difficili da dimostrare e spesso invisibili. La legge sul consenso non è un dettaglio ideologico, ma una risposta concreta a un problema reale, capace di proteggere chi subisce violenza e di creare strumenti chiari per perseguire chi la commette.
Proprio per questo il ddl 1715 non è solo una legge penale: è un messaggio culturale. Significa che la libertà sessuale è un diritto inviolabile, che il corpo di ciascuna e ciascuno è intoccabile e che nessuno può essere giudicato per le proprie reazioni o per il proprio comportamento. Sostituire il consenso con il dissenso non è aggiornare la legge: è riportare indietro la cultura e legittimare vecchi stereotipi che ancora oggi affiorano nei tribunali.
Secondo l’OMS, circa 840 milioni di donne e ragazze hanno affrontato violenza da partner o da altre persone, e centinaia di milioni di questi atti non sono denunciati. Questi numeri mostrano quanto sia urgente una legge chiara sul consenso.
Difendere il consenso significa anche lottare per l’educazione e la trasformazione culturale. Campagne come #IoLoChiedo educano, informano e invitano a creare relazioni basate sul rispetto e sulla libertà, perché il cambiamento giuridico deve andare di pari passo con quello culturale. Significa insegnare che il consenso non è negoziabile, che le relazioni sessuali e affettive devono essere basate sulla volontà chiara e condivisa, e che il rispetto del corpo e della libertà di ciascuno è il fondamento della democrazia. E per farlo servono necessariamente anche percorsi obbligatori e in orario curricolare per un’educazione sessuale e affettiva inclusiva, nelle scuole di ogni ordine e grado.
Non smetteremo mai di dirlo e di lottare affinché si possa discutere anche di questo, esprimendo tutta la nostra contrarietà verso le scelte reazionarie portate avanti dal Ministro Valditara e da tutto il Governo su questo tema.

Come Possibile siamo sempre statɜ al fianco delle campagne internazionali per il consenso e per l’educazione sessuale e affettiva, convintɜ che una società che non riconosce e tutela la libertà sessuale non possa definirsi libera, giusta o civile. Proprio per questo, la proposta Bongiorno, sostituendo il consenso con il dissenso, rischia di minare questa tutela, depotenziare la legge e riportare indietro anni di battaglie civili e femministe.
Chiedere che il ddl 1715 non venga modificato significa affermare la necessità di una legge chiara, una cultura chiara e un principio chiaro: il consenso non si negozia.
È un impegno verso chi ha subito violenza, verso chi non ha ancora denunciato per paura, verso tutte e tutti noi che vogliamo vivere in una società più giusta, più rispettosa, più libera.
Solo un sì libero e consapevole rende un atto sessuale lecito.
Solo sì è sì.
Sempre.
Gianmarco Capogna
Coordinatore Comitato Scientifico Possibile









