Anche per Debora Serracchiani i rimpatri di cittadini stranieri sono la soluzione

L’altro giorno è stato Beppe Grillo a trovare la soluzione alla questione migratoria, alla domanda di sicurezza e quindi al terrorismo internazionale: espellere domani (che a questo punto è diventato l’altroieri) tutti gli stranieri irregolari, equiparando irregolari e potenziali terroristi. Abbiamo già spiegato come oltre che essere una proposta dissociata dalla realtà sia anche una proposta nei fatti irrealizzabile, dato che il problema non è l’atto giuridico dell’espulsione, ma l’effettivo rimpatrio.

Ci hanno subito spiegato che questa era l’ennesima dimostrazione del fatto che Beppe Grillo e il M5S sono di destra, e che bisogna fare attenzione a criticare questo governo (e i precedenti), perché l’alternativa è la loro vittoria: arriva la destra!, insomma, e dobbiamo stare attenti.

Passano poche ore e ci pensa Debora Serracchiani (presidente del Friuli Venezia Giulia e vicesegretaria nazionale del PD) a ricordarci che non è così, facendosi portavoce di una proposta molto simile a quella di Grillo, poco ragionata e molto approssimativa. In un appello rivolto al ministro degli Interni Minniti, pubblicato poche ore fa, Serracchiani si dice preoccupata dal delinearsi di «un clima di allarme sociale legato al susseguirsi di fatti di cronaca che vedono troppo spesso al centro cittadini di origine straniera», che rendono «sempre più diffuso un sentimento di paura e incertezza». La colpa è, come sempre, degli stranieri, che verrebbero qui apposta per delinquere, il che renderebbe necessario, da parte dello Stato, un impegno per «prevenire e reprimere, prima che si organizzi, questa nuova criminalità distante per lingua, tradizioni e cultura».

Ma di quali stranieri stiamo parlando? Regolarmente soggiornanti (magari da anni), richiedenti asilo, rifugiati, irregolari? Serracchiani non lo dice, ma ce lo fa intendere, dicendo che il Friuli sta sostenendo i comuni che si impegnano ad accogliere. E allora è probabile che la risposta sia già nelle mani di Minniti, dato che un documento a cura del Ministero dell’Interno dice che «a livello provinciale non emergono elementi a favore del fatto che la presenza di posti SPRAR si accompagni ad una maggiore frequenza di reati». Dove l’accoglienza è fatta bene non c’è incidenza sui reati.

Tenetevi forte, però, perché la parte incredibile arriva ora. Di fronte all’insicurezza causata dallo straniero (e invece non è mai colpa di politiche che rendono più precario il lavoro e dall’assenza di politiche che favoriscano l’accesso alla casa, che combattano la povertà, no: l’insicurezza è colpa dello straniero) cosa propone Serracchiani?

Di porre allo studio, ove possibile e contemplato, l’avvio di rimpatri, che potrebbero avere un significato simbolico e deterrente soprattutto nei confronti degli elementi meno integrati.

Ma di cosa sta parlando Serracchiani? Forse non sa che l’Italia già effettua (e male) rimpatri, il che rende autoevidente come questa non sia la soluzione. Ma, detto questo, rimpatriamo un «elemento» (le parole sono importanti) per educarne cento? E’ questa la sua idea di stato di diritto, per cui le regole non sono uguali per tutti, ma si applicano su casi selezionati per educare gli altri? Quanto contano i diritti costituzionalmente garantiti per Debora Serracchiani?

La stessa Angela Merkel, a poche ore dall’attentato, ha rifiutato soluzioni dettate dalla paura, dichiarando che la Germania avrebbe continuato «a dare sostegno alle persone che chiedono di integrarsi».

Possibile che la risposta sia del M5S che del Partito Democratico all’afflusso di persone in cerca di un futuro migliore nel nostro paese siano i rimpatri? Un’alternativa esiste, e consiste nel riattivare canali regolari per la migrazione per ricerca lavoro, superando così la Bossi-Fini e alleggerendo il carico di richieste d’asilo, e, allo stesso tempo, nel prevedere permessi per ricerca lavoro anche per le persone cui venga rigettata la richiesta d’asilo (che hanno beneficiato di servizi di inclusione sociale, magari hanno imparato l’italiano, magari hanno usufruito di una borsa-lavoro). In questo modo il ricorso ai rimpatri risulterebbe marginale e su questi pochi casi si potrebbero rinforzare i programmi per i rimpatri volontari, cioè accompagnati da strumenti di inserimento nel paese di ritorno.

E’ più lunga da spiegare, ma non c’è destra e non c’è sinistra che tenga. Tiene il buon senso, l’aderenza alla realtà dei dati e dei fatti. E, infine, un po’ di umanità: quanto basta.

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