Nella tradizione biblica si dice che Enoc “camminò con Dio”. Non è ricordato per guerre, conquiste o ricchezze, ma per aver percorso una strada, per aver scelto una direzione. Il suo nome richiama oggi, per una curiosa coincidenza, l’acronimo di ENOC, lo European Network of Ombudspersons for Children, la rete europea dei garanti per l’infanzia e l’adolescenza. Le parole contano. E anche le metafore.
Per questo colpisce la scelta di uscire da quel cammino. L’autorità garante italiana per l’infanzia non fa più parte di ENOC, la rete che riunisce 44 istituzioni indipendenti a tutela dei diritti dell’infanzia di 34 paesi diversi. Lo ha deciso la Garante stessa, Marina Terragni, motivandolo con il rifiuto della rete di pubblicare una sua opinione dissenziente su un documento approvato dall’associazione no profit internazionale, che chiede maggiori tutele per tutte le persone minorenni LGBTQIA+.
Naturalmente il dissenso è legittimo: in una democrazia lo è sempre. Ma una rete europea non nasce per raccogliere persone che la pensano tutte allo stesso modo. Nasce per consentire il confronto tra posizioni differenti, costruire standard comuni di tutela e condividere esperienze e buone pratiche nell’interesse dei minori. Tutti i minori, anche quelli che escono dalla visione tradizionale che Terragni incarna così stoicamente. Sottrarre le proprie idee allo spazio di confronto internazionale toglie forza al dibattito, al nostro Paese e alla protezione dei minori, che dovrebbe venire prima di una postilla non pubblicata.
I dati italiani sulle persone giovani e giovanissime LGBTQIA+ necessiterebbe un impegno maggiore, non scelte che vanno a ledere la possibilità di costruire sinergie e strategie comuni nel dialogo con gli altri Paesi, soprattutto quelli con legislazioni più avanzate.
Le persone minori europee affrontano sfide comuni: povertà educativa, salute mentale, uso delle piattaforme digitali, discriminazioni, migrazioni, violenza. Nessuno Stato possiede da solo tutte le risposte, ed è per questo che le reti internazionali esistono. Uscirne rischia di danneggiare i giovani italiani, invece di ampliare i mezzi per proteggerle.
Se Enoc è il simbolo di chi continua a camminare, la domanda che dovremmo porci è questa: quale interesse dei minori viene servito meglio? Restare nel confronto, tentando di cambiare le cose dall’interno, o abbandonarlo?
La tutela dell’infanzia non dovrebbe mai trasformarsi in un esercizio di isolamento. Deve essere, al contrario, un cammino condiviso, italiano, ed europeo.










