Il governo ha bocciato la proposta di congedo paritario delle opposizioni.
La proposta era semplice: cinque mesi per ciascun genitore, non trasferibili e retribuiti al 100%. Insomma, condivisione della cura: il minimo sindacale per permettere alle famiglie una distribuzione più equa delle responsabilità genitoriali che a oggi gravano quasi integralmente sulle spalle delle donne, con ripercussioni sulla loro partecipazione al mercato del lavoro e indipendenza.
Il minimo sindacale anche per migliorare il benessere deɜ bambinɜ nei primi mesi di vita, periodo decisivo per il loro sviluppo.
La proposta viene bocciata ufficialmente per mancanza di coperture economiche. Insomma, la famiglia è il cavallo di battaglia di questo governo fino a che non c’è da sostenerla per davvero.
Davanti all’immobilità della famiglia tradizionale, la realtà ci dice altro: da un rapporto di INPS e Save the Children si evince che il tasso di utilizzo del congedo di paternità è triplicato negli ultimi 10 anni, passando dal 19,2% nel 2013 al 64,5% nel 2023.
Un sondaggio del think tank Tortuga riporta un 96% di dipendenti delle aziende intervistate favorevoli all’allungamento del congedo di paternità.
Forse esiste già una nuova generazione di padri che vuole superare il modello di paternità tradizionalmente imposto: quello in cui il padre è padre quasi esclusivamente all’anagrafe, ma non in casa, non nel tempo libero, non nei momenti di crescita deɜ propriɜ figliɜ.
Quanto cambierebbe culturalmente, oltre che nella pratica quotidiana, con un congedo paritario di cinque mesi?
Esistono famiglie che vogliono poter vivere dignitosamente, avere tempo per la cura, una cura radicale, che superi gli schemi del “si è sempre fatto così” e dell’uomo che porta il pane a casa, che ridisegni squilibri e svantaggi.
Il congedo paritario sarebbe il minimo.
Ma dal governo della famiglia non arriva neanche quello.








