Non riesco a decidere se sia diventato più insopportabile chi dice che per fare l’insegnante serva passione o chi continui a dire che il problema delle giovani generazioni siano i social e le nuove tecnologie.
Ieri mi sono recata a scuola come tutte le mattine e non riuscivo a distogliere il pensiero da quello che è successo alla collega di Bergamo, accoltellata in diretta social da uno studente tredicenne.
Sono un’insegnante di scuola primaria e in passato ho temuto per la mia incolumità quando alcuni genitori non riconoscevano la professionalità del mio mestiere, mestiere per cui, come i miei colleghi e colleghe, ho studiato, passato concorsi, un anno di prova e per cui la famosa passione ha un’importanza marginale rispetto alla preparazione.
Ci stiamo tutti accorgendo che questa preparazione, però, non basta più. La scuola non è più il luogo della conoscenza e della socialità, ma sta inesorabilmente diventando il secchio in cui vengono vomitate tutte le contraddizioni della società in cui viviamo.
Le nuove tecnologie e i social vengono dati in pasto a bambini sempre più piccoli, fragili o meno, con o senza difficoltà relazionali, una consegna orizzontale e pericolosa da parte delle famiglie al grido di “ma lo fanno tutti”.
L’egotismo la fa da padrone e chi è in carico dell’educazione di bambini, bambine, ragazzi e ragazze, Ministero dell’Istruzione compreso, continua a fare orecchie da mercante a tutti i neuropsichiatri, psicoterapeuti e studiosi dell’età evolutiva che dicono all’unisono che la situazione è grave: il modo stesso di pensare delle nuove generazioni è cambiato, così come lo sviluppo del cervello, a seguito della nuova genitorialità e dell’esposizione prolungata ai dispositivi e quello che propinano loro senza filtro.
Ma quel filtro, cos’è o chi è? Non è un tasto da spingere su cui è scritto “sei maggiorenne?”, non è un blocco sulla smart TV, non è l’inasprimento delle pene e non sono i metal detector, non è il vietare senza capire.
Il filtro è innanzitutto la famiglia, l’agenzia educativa per eccellenza, e se manca questo filtro, e nel frattempo cambia il mondo attorno a lei, la scuola deve agire e cambiare radicalmente missione.
Da luogo di trasmissione del sapere ad ambiente di apprendimento di gestione delle relazioni, delle pratiche di vita sana, del rispetto e del consenso, dei pericoli e potenzialità delle nuove tecnologie. I ragazzi e le ragazze vivono nella contraddizione continua tra la demonizzazione di social e AI e la realtà dei fatti: gli adulti li usano molto più di loro e nel modo più sbagliato possibile.
Ma per tutto questo, gli insegnanti non sono formati e la “vocazione” non basta. Ci si aspetta da loro che continuino ad insegnare come decenni fa (le nuove indicazioni nazionali su questo sono molto chiare), ignorando l’evoluzione di ciò che è intorno, rimanendo una bolla che era scontato scoppiasse da un momento all’altro.
La notizia della collega di Bergamo mi ha scosso, ho ricevuto messaggi di supporto da chi non fa il mio mestiere e domande da genitori spaventati, e mi ha confermato, se ce ne fosse ancora bisogno, che la sola forza di volontà degli addetti ai lavori non basta. Insegnanti in prima linea, ma anche presidi, collaboratrici, personale ATA ed educatrici non hanno strumenti, fondi e spazi necessari per far fronte a quello che la società ci sta chiedendo: cambiare e aiutare le nuove generazioni e le loro famiglie a capire il mondo che li circonda.
La volontà non basta, serve una pianificazione, lungimiranza e lavoro di squadra.
Il Ministero è pronto a farlo o l’unica soluzione sarà ancora piangere le vittime e guardare il dito ignorando la luna?









