Una cam­pa­gna con­tro i ric­chi. Pro­prio così: non solo a favo­re del­la tas­sa­zio­ne pro­gres­si­va, o con­tro i para­di­si fisca­li, o anco­ra per la redi­stri­bu­zio­ne, no, pro­prio “con­tro” i ric­chi, i ric­chis­si­mi, quel­li del famo­so 1 per cen­to più ric­co del pia­ne­ta, che da solo pos­sie­de più ric­chez­za del 99 per cen­to di tut­ti gli altri mes­si insie­me.

Per­ché quan­do è trop­po è trop­po, in tut­ti i sen­si: non si può con­sen­ti­re l’accumulo infi­ni­to di miliar­di men­tre si distrug­ge lo sta­to socia­le, men­tre i ser­vi­zi pub­bli­ci arran­ca­no e non ci sono sol­di da inve­sti­re per­ché nes­su­no va a pren­der­li dove ci sareb­be­ro.

Intan­to, loro paga­no meno tas­se dei loro dipen­den­ti, gua­da­gnan­do infi­ni­te vol­te di più, e si com­pra­no tut­to, pure ciò che non dovreb­be esse­re in ven­di­ta, pure la demo­cra­zia.

Men­tre impo­ve­ri­sco­no il pia­ne­ta, pro­get­ta­no viag­gi inter­pla­ne­ta­ri e costrui­sco­no lus­suo­si rifu­gi per sal­var­si dall’apocalisse che loro stes­si stan­no sca­te­nan­do. E sic­co­me i ragio­na­men­ti e le paro­le gen­ti­li sem­bra­no non ave­re effet­to, è ora di dire basta.

P.s. La cam­pa­gna è aper­ta a chiun­que, per­so­ne o comu­ni­tà, che abbia­no voglia di con­tri­bui­re con segna­la­zio­ni, col­la­bo­ra­zio­ni e sug­ge­ri­men­ti, scri­ven­do a: [email protected]

la campagna

Nel report “Car­bon Ine­qua­li­ty Kills”, Oxfam ha iden­ti­fi­ca­to 23 miliar­da­ri pos­ses­so­ri di jet pri­va­ti. In media, cia­scu­no ha com­piu­to 184 voli all’anno, per un tota­le di 425 ore in volo, equi­va­len­ti a die­ci giri del mon­do. Le loro emis­sio­ni annua­li da jet ammon­ta­no a 2.074 ton­nel­la­te di CO₂ per per­so­na — l’equivalente di 2.000 anni di emis­sio­ni di una per­so­na del 50% più pove­ro del mondo.

Anche i supe­rya­cht rap­pre­sen­ta­no un enor­me pro­ble­ma ambien­ta­le. Seb­be­ne riman­ga­no ormeg­gia­ti la mag­gior par­te del tem­po, cir­ca il 22% del­le loro emis­sio­ni pro­vie­ne dal­la per­ma­nen­za in por­to, tra aria con­di­zio­na­ta, pisci­ne, per­so­na­le di bor­do e addi­rit­tu­ra eli­cot­te­ri di sup­por­to. In media, ogni supe­rya­cht ana­liz­za­to emet­te 5.672 ton­nel­la­te di CO₂ l’anno — qua­si il tri­plo del­le emis­sio­ni di un jet pri­va­to. Per fare un con­fron­to, que­sto valo­re cor­ri­spon­de a 5.600 anni di emis­sio­ni di una per­so­na povera.

Un caso emble­ma­ti­co è quel­lo del­la fami­glia Wal­ton (ere­di di Wal­mart), che pos­sie­de tre supe­rya­cht per un valo­re supe­rio­re ai 500 milio­ni di dol­la­ri: insie­me han­no per­cor­so 56.000 miglia nau­ti­che in un anno, con una car­bon foot­print di 18.000 ton­nel­la­te di CO₂, pari alle emis­sio­ni di oltre 1.700 dipen­den­ti di Wal­mart nel­lo stes­so periodo.

Il mon­do del­la finan­za tor­na a dimo­stra­re che, per alcu­ni, le rego­le sem­pli­ce­men­te non esi­sto­no. Bar­ry Sil­bert, fon­da­to­re di Digi­tal Cur­ren­cy Group, è al cen­tro di un’indagine per una maxi fro­de da oltre 2 miliar­di di dol­la­ri lega­ta al fal­li­men­to di Gene­sis Capi­tal.

Nel 2022 crol­la il mer­ca­to del­le crip­to­va­lu­te. Sil­bert e il suo team sono accu­sa­ti non solo di aver igno­ra­to gli avver­ti­men­ti sul tra­col­lo, ma di aver pre­le­va­to milio­ni dal­la piat­ta­for­ma Gene­sis poco pri­ma del fal­li­men­to, sca­ri­can­do le per­di­te sugli inve­sti­to­ri.

È il clas­si­co mec­ca­ni­smo con cui i gran­di capi­ta­li si pro­teg­go­no a spe­se del­la col­let­ti­vi­tà: l’uso aggres­si­vo e irre­spon­sa­bi­le del debi­to e la gestio­ne opa­ca che favo­ri­sce inte­res­si per­so­na­li e l’assenza di tra­spa­ren­za.

Que­sta gestio­ne irre­spon­sa­bi­le ha crea­to un buco di oltre 1,1 miliar­di di dol­la­ri nel bilan­cio di Gene­sis, acce­le­ran­do la cri­si di fidu­cia nell’intero set­to­re. I cre­di­to­ri han­no chie­sto di recu­pe­ra­re 2,3 miliar­di di dol­la­ri in crip­to­va­lu­te, nel­la spe­ran­za che il loro valo­re pos­sa risalire.
 
Nel report “Car­bon Ine­qua­li­ty Kills”, Oxfam ha iden­ti­fi­ca­to 23 miliar­da­ri pos­ses­so­ri di jet pri­va­ti. In media, cia­scu­no ha com­piu­to 184 voli all’anno, per un tota­le di 425 ore in volo, equi­va­len­ti a die­ci giri del mon­do. Le loro emis­sio­ni annua­li da jet ammon­ta­no a 2.074 ton­nel­la­te di CO₂ per per­so­na — l’equivalente di 2.000 anni di emis­sio­ni di una per­so­na del 50% più pove­ro del mondo.

Anche i supe­rya­cht rap­pre­sen­ta­no un enor­me pro­ble­ma ambien­ta­le. Seb­be­ne riman­ga­no ormeg­gia­ti la mag­gior par­te del tem­po, cir­ca il 22% del­le loro emis­sio­ni pro­vie­ne dal­la per­ma­nen­za in por­to, tra aria con­di­zio­na­ta, pisci­ne, per­so­na­le di bor­do e addi­rit­tu­ra eli­cot­te­ri di sup­por­to. In media, ogni supe­rya­cht ana­liz­za­to emet­te 5.672 ton­nel­la­te di CO₂ l’anno — qua­si il tri­plo del­le emis­sio­ni di un jet pri­va­to. Per fare un con­fron­to, que­sto valo­re cor­ri­spon­de a 5.600 anni di emis­sio­ni di una per­so­na povera.

 
Pro­ba­bil­men­te, la vista dall’alto è mol­to affa­sci­nan­te. Ma que­sto uso degli eli­cot­te­ri pri­va­ti per spo­sta­men­ti cosid­det­ti “life­sty­le” (come ad esem­pio anda­re a scia­re o ad even­ti) ha un impat­to ambien­ta­le enor­me.

Un eli­cot­te­ro bru­cia gran­di quan­ti­tà di car­bu­ran­te fos­si­le. Una sin­go­la ora di volo può gene­ra­re 150–250 kg di CO₂, oltre a ossi­di di azo­to e par­ti­co­la­to. In bar­ba a chi sta là sot­to e solo per spo­sta­re poche per­so­ne alla vol­ta, che addi­rit­tu­ra pos­so­no atter­ra­re diret­ta­men­te in pista.

Que­sto pri­vi­le­gio è sim­bo­lo di disu­gua­glian­za e irre­spon­sa­bi­li­tà ambientale.
 
Men­tre milio­ni di per­so­ne fan­no i con­ti con l’inflazione e la pre­ca­rie­tà, c’è chi vola sopra le nostre teste — let­te­ral­men­te — sen­za paga­re nem­me­no le tas­se dovu­te. È il caso emble­ma­ti­co dell’aeroporto di Lina­te, dove tra il 2019 e il 2023 ben 114 socie­tà di jet pri­va­ti, qua­si tut­te con sede in para­di­si fisca­li come Mal­ta e Lus­sem­bur­go, han­no effet­tua­to qua­si 11.000 voli tra­spor­tan­do oltre 32.000 pas­seg­ge­ri, sen­za ver­sa­re la tas­sa ambien­ta­le pre­vi­sta per leg­ge: un buco da qua­si 5 milio­ni di euro, cui si aggiun­go­no oltre un milio­ne di euro di sanzioni.
 
Si trat­ta di una tas­sa che dovreb­be ser­vi­re a com­pen­sa­re alme­no in par­te l’impatto ambien­ta­le deva­stan­te di que­sti voli di lus­so e che inve­ce è sta­ta eva­sa da chi ha il pri­vi­le­gio di spo­star­si in aereo come fos­se un taxi. È una truf­fa che dan­neg­gia due vol­te: per­ché chi inqui­na non paga, e per­ché quei sol­di, desti­na­ti a finan­zia­re inter­ven­ti eco­lo­gi­ci e infra­strut­tu­re pub­bli­che, ven­go­no sot­trat­ti alle comunità.
 
Non è solo una que­stio­ne fisca­le, ma anche di giu­sti­zia socia­le e ambien­ta­le. I jet pri­va­ti in Euro­pa sono aumen­ta­ti di oltre il 60% negli ulti­mi anni, sim­bo­lo di una disu­gua­glian­za sem­pre più sfac­cia­ta. Men­tre la mag­gio­ran­za fa i con­ti con le limi­ta­zio­ni e i tagli, un’élite ric­ca e opa­ca con­ti­nua a sot­trar­si a ogni respon­sa­bi­li­tà socia­le e ambien­ta­le. E non è un caso iso­la­to: situa­zio­ni simi­li si regi­stra­no anche a Mal­pen­sa, Roma, Pisa, Tre­vi­so, Olbia.
 
Non pos­sia­mo più tol­le­ra­re un dop­pio stan­dard in cui i ric­chi godo­no dei van­tag­gi e gli altri paga­no il con­to. La giu­sti­zia fisca­le non è un’utopia: è una bat­ta­glia necessaria.
 
 
Fer­re­ro appli­ca un meto­do lega­le, sia chia­ro, ma nel suo caso — come in quel­lo di mol­te altre mul­ti­na­zio­na­li — l’ef­fet­to è quel­lo di esclu­de­re pro­fit­to dai siste­ma di tas­sa­zio­ne nazionali.
 
Si chia­ma pro­fit shif­ting ed è una pra­ti­ca adot­ta­ta per ridur­re il cari­co fisca­le, spo­stan­do legal­men­te i pro­fit­ti ver­so giu­ri­sdi­zio­ni a bas­sa o nul­la tassazione.
 
Avvie­ne anche in UK, come nel caso ripor­ta­to, per­ché esi­ste sem­pre un para­di­so fisca­le più para­di­sia­co da esplo­ra­re. Il mec­ca­ni­smo prin­ci­pa­le è l’uso dei prez­zi di tra­sfe­ri­men­to tra socie­tà affi­lia­te e la loca­liz­za­zio­ne stra­te­gi­ca di pro­prie­tà intel­let­tua­li (come bre­vet­ti o mar­chi), poi ogget­to di con­ces­sio­ne nel­la for­ma di pre­sti­ti infra­grup­po. Una con­so­cia­ta situa­ta in un pae­se a ele­va­ta pres­sio­ne fisca­le può paga­re royal­ties o inte­res­si a una con­so­cia­ta situa­ta in un pae­se a tas­sa­zio­ne age­vo­la­ta, ridu­cen­do così l’utile tassabile.
 
Così facen­do, sot­trag­go­no risor­se impor­tan­ti alla spe­sa pub­bli­ca e al benes­se­re collettivo.
“Oggi l’i­dea che i super-ric­chi abbia­no costrui­to le loro for­tu­ne gra­zie al talen­to e all’in­tra­pren­den­za per­so­na­le è sem­pre più lon­ta­na dal­la real­tà. Secon­do il rap­por­to Oxfam Takers, not makers, la mag­gior par­te del­la ric­chez­za accu­mu­la­ta dai miliar­da­ri non è il frut­to del lavo­ro o del meri­to, ma deri­va da ere­di­tà, rela­zio­ni clien­te­la­ri o posi­zio­ni di mono­po­lio. In par­ti­co­la­re, il 60% di que­sta ric­chez­za è “pre­sa, non gua­da­gna­ta”, come affer­ma il rapporto.
 
Nel 2023, per la pri­ma vol­ta, sono sta­ti più nume­ro­si i nuo­vi miliar­da­ri che han­no ere­di­ta­to il pro­prio patri­mo­nio rispet­to a quel­li che lo han­no crea­to da zero. In par­ti­co­la­re, tut­ti i miliar­da­ri sot­to i 30 anni rien­tra­no in que­sta cate­go­ria: non han­no costrui­to impre­se, ma rice­vu­to for­tu­ne fami­lia­ri. Nei pros­si­mi decen­ni si assi­ste­rà a quel­lo che è già sta­to defi­ni­to come “il più gran­de tra­sfe­ri­men­to di ric­chez­za inter­ge­ne­ra­zio­na­le del­la sto­ria”: oltre 5.000 miliar­di di dol­la­ri pas­se­ran­no di mano da una gene­ra­zio­ne all’altra all’interno di fami­glie già ultra-ricche.
 
Que­sto pas­sag­gio avver­rà in gran par­te sen­za esse­re tas­sa­to, poi­ché due ter­zi dei pae­si non appli­ca­no impo­ste sul­le ere­di­tà diret­te, e metà dei miliar­da­ri vive in pae­si che non impon­go­no alcu­na tas­sa sui patri­mo­ni tra­smes­si ai figli.
 
Si sta così con­so­li­dan­do una nuo­va ari­sto­cra­zia glo­ba­le, dove la ric­chez­za si ere­di­ta anzi­ché esse­re gua­da­gna­ta, ripro­du­cen­do e aggra­van­do le disu­gua­glian­ze esistenti.
 
 
Incen­ti­vi mal pro­get­ta­ti, poca tra­spa­ren­za e, tal­vol­ta, scar­so con­trol­lo inter­no: gra­zie a que­sto mix di con­di­zio­ni, i CEO del­le gran­di mul­ti­na­zio­na­li rie­sco­no a inca­me­ra­re ogni anno bonus mol­to generosi.
 
Spes­so i loro obiet­ti­vi non sono lega­ti al pro­fit­to ma a metri­che spe­ci­fi­che come la cre­sci­ta dei rica­vi, l’e­span­sio­ne del mer­ca­to, il valo­re del­le azio­ni o il rag­giun­gi­men­to di obiet­ti­vi strategici.
 
Sono spes­so cir­con­da­ti da una gover­nan­ce debo­le, che non effet­tua alcun con­trol­lo, che li lascia libe­ri di agi­re, mani­po­la­re od occul­ta­re i prin­ci­pa­li indi­ca­to­ri di pre­sta­zio­ne del­le aziende.
 
Spes­so, nei gan­gli con­trat­tua­li, si nascon­do­no con­di­zio­ni di miglior favo­re e il clas­si­co ““para­ca­du­te”” pron­to ad atti­var­si in caso di cri­si azien­da­le: i mana­ger, spes­so respon­sa­bi­li del­le scel­te che met­to­no le azien­de spal­le al muro, ne esco­no sem­pre con ric­che buo­ne usci­te e un sor­ri­so enor­me, pote­te scommetterci.

Fal­si­fi­ca­zio­ne di fat­tu­re, occul­ta­men­to di beni, uso impro­prio di fon­di pub­bli­ci, asso­cia­zio­ne a delin­que­re. Bel modo di ave­re successo.

In Ita­lia uno così, con un cur­ri­cu­lum del gene­re, sareb­be come mini­mo ministro.
 
Ma pur­trop­po per lui vive in Austria e René Ben­ko, un tem­po poten­te magna­te austria­co nel set­to­re immo­bi­lia­re, è sta­to arre­sta­to il 23 gen­na­io 2025 nel­la sua vil­la a Inn­sbruck, in segui­to al fal­li­men­to del suo grup­po Signa, il più gran­de nel­la sto­ria eco­no­mi­ca austriaca.
 
In qua­si tut­ti i casi i miliar­da­ri fal­li­ti han­no usa­to debi­to in modo aggres­si­vo, con­tan­do su una cre­sci­ta con­ti­nua che non si è veri­fi­ca­ta, oppu­re han­no inve­sti­to in set­to­ri vola­ti­li, emer­gen­ti o con mar­gi­ni stret­tis­si­mi e alta incertezza.
 
Han­no usa­to la loro imma­gi­ne per susci­ta­re fidu­cia, ma di fat­to non ave­va­no strut­tu­re orga­niz­za­ti­ve adat­te, spes­so gesten­do in pri­ma per­so­na “con­glo­me­ra­ti” di tito­li vasti e frammentati.
 
Moder­ni feu­da­ta­ri al cen­tro di castel­li finan­zia­ri di car­ta straccia.
 

Si sele­zio­na­no tra di loro e il requi­si­to prin­ci­pa­le sem­bra esse­re la scaltrezza.

 

Negli Sta­ti Uni­ti, la pras­si di nomi­na­re amba­scia­to­ri pro­ve­nien­ti dal mon­do degli affa­ri o da dona­to­ri poli­ti­ci ami­ci è con­so­li­da­ta, seb­be­ne controversa.

 

Que­sti signo­ri otten­go­no inca­ri­chi pre­sti­gio­si in pae­si eco­no­mi­ca­men­te rile­van­ti, come Regno Uni­to, Fran­cia, Giap­po­ne e Ita­lia, gra­zie a gene­ro­si con­tri­bu­ti dati duran­te le cam­pa­gne elettorali.

 

È il caso di Gor­don Sond­land, nomi­na­to amba­scia­to­re del­l’UE duran­te la pri­ma ammi­ni­stra­zio­ne Trump. Ave­va dona­to qual­che spic­cio, un milio­ne di dol­la­ri, al comi­ta­to pre­si­den­zia­le. È diven­ta­to amba­scia­to­re sen­za alcu­na espe­rien­za diplo­ma­ti­ca (fon­te: WP.com).

 

Con Trump al pote­re, la per­cen­tua­le di amba­scia­to­ri nomi­na­ti per ragio­ni poli­ti­che è aumen­ta­ta al 44%, il livel­lo più alto.

Oggi l’i­dea che i super-ric­chi abbia­no costrui­to le loro for­tu­ne gra­zie al talen­to e all’in­tra­pren­den­za per­so­na­le è sem­pre più lon­ta­na dal­la real­tà. Secon­do il rap­por­to Oxfam “Takers, not makers”, la mag­gior par­te del­la ric­chez­za accu­mu­la­ta dai miliar­da­ri non è il frut­to del lavo­ro o del meri­to, ma deri­va da ere­di­tà, rela­zio­ni clien­te­la­ri o posi­zio­ni di mono­po­lio. In par­ti­co­la­re, il 60% di que­sta ric­chez­za è “pre­sa, non gua­da­gna­ta”, come affer­ma il rapporto.
 
Nel 2023, per la pri­ma vol­ta, sono sta­ti più nume­ro­si i nuo­vi miliar­da­ri che han­no ere­di­ta­to il pro­prio patri­mo­nio rispet­to a quel­li che lo han­no crea­to da zero. In par­ti­co­la­re, tut­ti i miliar­da­ri sot­to i 30 anni rien­tra­no in que­sta cate­go­ria: non han­no costrui­to impre­se, ma rice­vu­to for­tu­ne fami­lia­ri. Nei pros­si­mi decen­ni si assi­ste­rà a quel­lo che è già sta­to defi­ni­to come “il più gran­de tra­sfe­ri­men­to di ric­chez­za inter­ge­ne­ra­zio­na­le del­la sto­ria”: oltre 5.000 miliar­di di dol­la­ri pas­se­ran­no di mano da una gene­ra­zio­ne all’altra all’interno di fami­glie già ultra-ricche.
 
Que­sto pas­sag­gio avver­rà in gran par­te sen­za esse­re tas­sa­to, poi­ché due ter­zi dei pae­si non appli­ca­no impo­ste sul­le ere­di­tà diret­te, e metà dei miliar­da­ri vive in pae­si che non impon­go­no alcu­na tas­sa sui patri­mo­ni tra­smes­si ai figli. 
 
Si sta così con­so­li­dan­do una nuo­va ari­sto­cra­zia glo­ba­le, dove la ric­chez­za si ere­di­ta anzi­ché esse­re gua­da­gna­ta, ripro­du­cen­do e aggra­van­do le disu­gua­glian­ze esistenti.
 
 
“Eve­ry­thing com­pu­ter” escla­ma­va Donald per pub­bli­ciz­za­re le auto Tesla. Poi è basta­to un bat­ti­bec­co e tra i due si è sca­va­to un sol­co pro­fon­do… 40 miliar­di di dollari.
 
Tan­to soli­de sono le auto, così alme­no pote­va sem­bra­re, tan­to è debo­le e vola­ti­le la ric­chez­za del genio Musk. Ciò non signi­fi­ca che ora sia ridot­to al lastri­co, tutt’altro.
 
“Per­de­re 40 miliar­di” in bor­sa non signi­fi­ca che quei sol­di sia­no fisi­ca­men­te spa­ri­ti. Si trat­ta prin­ci­pal­men­te di valo­re “sul­la car­ta” lega­to alla capi­ta­liz­za­zio­ne di mer­ca­to del­le azio­ni che possiede.
 
Valo­re alea­to­rio, non rea­le, ma poten­zia­le. Non è magia né truf­fa, ma il risul­ta­to natu­ra­le del fun­zio­na­men­to del mer­ca­to azio­na­rio e del­la sua for­te espo­si­zio­ne azio­na­ria. Tan­to spes­so que­sti repen­ti­ni ribas­si sono occa­sio­ne per fare incet­ta di azio­ni e deprez­za­re il pro­prio debi­to ver­so gli investitori.
 
Trump ha però toc­ca­to un ner­vo sco­per­to, ossia i con­trat­ti tra l’am­mi­ni­stra­zio­ne fede­ra­le e le azien­de di Musk, in par­ti­co­la­re con Spa­ce X. Una con­di­zio­ne clas­si­ca: impren­di­to­ri inno­va­ti­vi che tut­ta­via dipen­do­no dagli appal­ti pubblici.
 
La situa­zio­ne può benis­si­mo esse­re descrit­ta con il ter­mi­ne di “dipen­den­za”. Il suc­ces­so di Musk, più che da meri­ti indu­stria­li o visio­ne stra­te­gi­ca, dipen­de dal­le rela­zio­ni con la politica.
 
Si trat­ta di un capi­ta­li­smo rela­zio­na­le, in cui vin­co­no i più con­nes­si, non i più capaci.
 
Que­sto model­lo è un dan­no per la libe­ra con­cor­ren­za, ten­de a sco­rag­gia­re l’efficienza, ridu­ce la fidu­cia nell’imparzialità del­le isti­tu­zio­ni pub­bli­che. Quan­do il con­fi­ne tra inte­res­se eco­no­mi­co e pote­re poli­ti­co si fa trop­po labi­le, il rischio è che l’impresa diven­ti un vei­co­lo di ren­di­ta, non di progresso.

LE NOSTRE PROPOSTE

Patrimoniale, la parola con la P.

La paro­la con la P che nes­su­no rie­sce a pro­nun­cia­re: PATRIMONIALE.

 

Per­ché ne parliamo?

 

Per­ché le disu­gua­glian­ze di ric­chez­za negli ulti­mi anni sono enor­me­men­te cre­sciu­te. L’in­di­ce di Gini, una misu­ra sin­te­ti­ca del gra­do di disu­gua­glian­za nel­la distri­bu­zio­ne del­la ric­chez­za, sale costan­te­men­te da anni.

 

A chi è rivol­ta la nostra patrimoniale?

 

Ai ric­chi.

 

Ai super ricchi.

 

Non stia­mo par­lan­do di chi ha una casa di pro­prie­tà e nem­me­no di chi ha l’ap­par­ta­men­to al mare. Par­lia­mo dei milionari.

 

Cosa pro­po­nia­mo? Per il pri­mo anno un’a­li­quo­ta dell’1% per una base impo­ni­bi­le supe­rio­re a 1 milio­ne di euro di patri­mo­nio. Poi per gli anni successivi

-0,8% tra 1 milio­ne e 2,5 milio­ni di euro

-1% tra 2,5 e 10 milioni

-1,5% per valo­ri suc­ces­si­vi a 10 milio­ni di euro di patrimonio.

 

Cosa fare con il get­ti­to? Inve­sti­men­ti nel­la scuo­la, nel­l’u­ni­ver­si­tà, nel­la ricer­ca, nel­la ridu­zio­ne del­le emis­sio­ni di CO2.

 

Anche i ric­chi dovreb­be­ro voler­la, la patri­mo­nia­le. Per far fun­zio­na­re meglio l’e­co­no­mia, per­ché una socie­tà più giu­sta è una socie­tà meno vio­len­ta, più sicu­ra, più felice.

 

Tassa di successione significa giustizia sociale

L’I­ta­lia del XXI seco­lo è un luo­go dove chi è figlio di un nota­io, sarà nota­io. Chi è figlio di ope­rai, sarà ope­ra­io. Il figlio del­l’im­pren­di­to­re sarà esso stes­so impren­di­to­re di quel­la stes­sa impre­sa fon­da­ta dal padre.
 
Sen­za esa­ge­ra­re, stia­mo tor­nan­do all’An­cien Régi­me: i rap­por­ti socia­li sono con­trad­di­stin­ti da situa­zio­ni di pri­vi­le­gio e da disu­gua­glian­ze pro­fon­de di tipo ereditario.
 
Per que­sto la tas­sa di suc­ces­sio­ne è fondamentale.
 
La sua fina­li­tà è di per­met­te­re un futu­ro miglio­re a tut­ti i figli, in modo che pos­sa­no istruir­si e ave­re pari oppor­tu­ni­tà di rea­liz­zar­si negli stu­di e nel lavoro.
 
La tas­sa­zio­ne del­l’e­re­di­tà (come negli altri pae­si euro­pei) deve esse­re con­nes­sa all’investimento
nel­l’i­stru­zio­ne, fin dal­la pri­ma infan­zia (come nei miglio­ri pae­si europei).
 
Cosa pro­po­nia­mo?
 
Oggi la tas­sa di suc­ces­sio­ne non vie­ne paga­ta per cifre infe­rio­ri a 1 milio­ne di euro. Noi pro­po­nia­mo di ridur­re la fran­chi­gia a 500 mila euro per gli ere­di in linea ret­ta, a 450 mila euro per gli ere­di in linea collaterale.
 
E poi pro­po­nia­mo una tas­sa pro­gres­si­va: l’a­li­quo­ta cre­sce­reb­be al cre­sce­re dei valo­ri patri­mo­nia­li, fino a un’a­li­quo­ta del 20% oltre i 26 milio­ni di euro.
 
Chi sta peg­gio ed è in fascia ISEE 1, inve­ce, non la pagherebbe.
 
La fina­li­tà del­l’im­po­sta non è quel­la di acca­nir­si su one­sti cit­ta­di­ni che han­no avu­to for­tu­na e che così pos­so­no per­met­te­re ai loro figli un futu­ro miglio­re e meno irto di osta­co­li e sacri­fi­ci come quel­lo che è sta­to riser­va­to loro.
 
La fina­li­tà è di per­met­te­re un futu­ro miglio­re a tutti.

tre parole: tassate i ricchi

Par­tia­mo da un dato: il 50% del­le fami­glie più pove­re detie­ne l’8,3% del patri­mo­nio net­to, men­tre il 7% più ric­co detie­ne il 50% di tut­ta la ricchezza.
 
Negli ulti­mi sei anni, la disu­gua­glian­za eco­no­mi­ca è aumen­ta­ta: l’indice di Gini, una misu­ra sin­te­ti­ca del gra­do di disu­gua­glian­za nel­la distri­bu­zio­ne del­la ric­chez­za, è sali­to dal 61,6 del 2016 al 64,7.
 
La Flat Tax, nei fat­ti, esi­ste già.
 
L’imposta sui red­di­ti ha ali­quo­te mar­gi­na­li che cre­sco­no mol­to rapi­da­men­te fino a 28.000 euro di red­di­to lor­do, ma oltre que­sta soglia è di fat­to già un’imposta piat­ta. È un siste­ma orga­niz­za­to per bene­fi­cia­re i gran­di per­cet­to­ri di red­di­to, a disca­pi­to di chi sta peggio.
 
Per que­sto di tas­se biso­gna parlare.
 
Cosa pro­po­nia­mo?
 
- Una rifor­ma del siste­ma del­le ali­quo­te IRPEF, secon­do il prin­ci­pio costi­tu­zio­na­le del­la progressività.
- Abbas­sa­re le tas­se a chi ha un red­di­to infe­rio­re ai 15 mila euro l’anno;
- Alza­re le tas­se a chi gua­da­gna più di 75 mila euro l’an­no: 45% tra 75 mila e 120 mila euro; 48% tra 120 mila e 300 mila euro; 50% per red­di­ti supe­rio­ri a 300 mila euro.