I voucher non sono (più) occasionali: parola della Consulta

Delle sentenze con cui la Corte costituzionale ha recentemente statuito sull’ammissibilità dei referendum sociali promossi da Cgil, la più nota è certamente quella che ha bocciato il quesito sui licenziamenti, di cui abbiamo già scritto.

Tuttavia, anche la sentenza sull’ammissibilità del quesito sui voucher (n. 28 del 2017) contiene una motivazione molto interessante.

Questa, infatti, ricostruisce attentamente tutta l’evoluzione di un istituto (quello dei voucher, appunto), introdotto con decreto legge n. 251 del 2004 (correttivo del decreto legislativo n. 276 del 2003) «quale attività lavorativa di natura meramente occasionale, limitata, sotto il profilo soggettivo, a particolari categorie di prestatori, e, sotto il profilo oggettivo, a specifiche attività». Si trattava, in particolare, ai sensi dell’art. 70 del decreto legislativo del 2003, di «attività lavorative di natura meramente occasionale rese da soggetti a rischio di esclusione sociale o comunque non ancora entrati nel mercato del lavoro, ovvero in procinto di uscirne, nell’ambito: a) dei piccoli lavori domestici a carattere straordinario, compresa l’assistenza domiciliare a bambini e alle persone anziane, ammalate o con handicap; b) dell’insegnamento privato supplementare; c) dei piccoli lavori di giardinaggio, pulizia e manutenzione di edifici e monumenti; d) della realizzazione di manifestazioni sociali, sportive, culturali o caritatevoli; e) della collaborazione con enti pubblici e associazioni di volontariato per lo svolgimento di lavori di emergenza, come quelli dovuti a calamità o eventi naturali improvvisi, o di solidarietà», la cui durata non doveva superare trenta giorni nel corso dell’anno solare e che comunque non doveva dar luogo a compensi superiori a 3 mila euro, sempre nel corso di un anno solare. Successivamente, la disciplina è stata oggetto di progressivi ampliamenti, fino al decreto legislativo n. 81 del 2015, oggetto della richiesta referendaria, che ha integralmente riscritto la disciplina (con buona pace di chi diceva che l’ultimo Governo non c’entrava niente), che oggi prevede un limite di compenso ben superiore (fino a 7 mila euro) e nessun limite di giorni lavorativi. Ciò ha portato, secondo la Corte costituzionale, a una totale trasformazione dell’istituto, che infatti la legge non definisce più come «Prestazioni occasionali di tipo accessorio rese da particolari soggetti», ma come «Lavoro accessorio» e che ha finito per «trascendere i caratteri di occasionalità dell’esigenza lavorativa cui era originariamente chiamato ad assolvere» e «lo ha reso alternativo a tipologie regolate da altri istituti giuslavoristici e quindi non necessario».

In sostanza, la Corte riconosce che mentre si diceva di introdurre il contratto a tutele crescenti, che, – come diciamo da tempo – per rappresentare una adeguata tutela del lavoratore ed essere realmente efficace, deve vedere le tutele crescere in tempi ragionevoli e soprattutto essere unico, attraverso la trasformazione di un istituto nato per esigenze realmente occasionali si introduceva invece un’altra forma di precarietà. Questo è stato il senso della riforma dei voucher messo finalmente nero su bianco dalla stessa Consulta. E contro questa (ulteriore) forma di precarizzazione del lavoro i cittadini potranno esprimersi in un referendum che dovrebbe essere a giorni convocato in una domenica compresa tra il 15 aprile e il 15 giugno, speriamo nello stesso giorno in cui si voterà per le elezioni amministrative, come è stato chiesto da Civati e gli altri parlamentari con apposita mozione.

Ma viene un sospetto: non è che questa accelerazione nella richiesta di voto per le Camere è dovuta anche al fatto che, per la legge n. 352 del 1970, se ci sono le elezioni politiche i referendum slittano di un anno?

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