Quota 100? Finisce contro un muro

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Per evitare la procedura sanzionatoria di Bruxelles, il governo ha una sola strada: eliminare le cause di aumento del deficit strutturale (che corrisponde al deficit netto corretto per gli effetti del ciclo economico e delle misure straordinarie). E si sta profilando una nuova revisione di Quota 100: sarà applicabile solo a chi possiede i requisiti già nel 2018, maturati da almeno due anni, e non a tutti subito ma secondo un calendario di uscite (le cosiddette ‘finestre’). Ecco a voi lo “scalone 2018”. Tale soluzione permetterà ai soloni della Lega di poter dire in campagna elettorale che le loro promesse sono diventate realtà.

La formula è stata studiata dal consulente di Salvini, Alberto Brambilla, presidente del Centro Studi Itinerari Previdenziali ed esperto in materia previdenziale. Non sarà sufficiente ad evitare danni al bilancio pubblico, che sarà gravato mediamente da una maggiore spesa di 3,9 miliardi per 5 anni, con picco nel 2020 di circa 5,3 miliardi. La platea dei beneficiari è drasticamente ridotta, scendendo a 250mila persone da 400mila inizialmente previsti.

Questa marcia indietro del governo rende ormai chiaro a tutti che la via per riformare la cosiddetta Legge Fornero (& Monti) non è transitabile. Le ragioni? Sono sistemiche, inequivocabili, dure come la pietra. A meno che non vogliate scassare definitivamente il bilancio pubblico e portare il paese al default sul debito. Dal punto di vista della sostenibilità finanziaria, infatti, ogni scelta effettuata oggi con costi limitati, ha nel lungo periodo effetti onerosi sulla spesa pensionistica, oneri scaricati impunemente sulle generazioni future. Scelte spesso intraprese nel passato e che hanno determinato gli attuali scomodi criteri di accesso. Ovviamente questa misura nessun effetto ha o avrà sulle pensioni future, quelle dei giovani e dei meno giovani. Ma questo è un dettaglio che nel dibattito pubblico neanche viene menzionato.

Anche delle variabili ‘dure come la pietra’, nulla si dice oggi. Come se il pubblico non dovesse conoscere le reali condizioni in cui versa il nostro sistema pensionistico. Come se fossero tutti bambini a cui nascondere la realtà.

La più evidente è quella anagrafica: con l’ulteriore riduzione del flusso migratorio in ingresso, messo in opera con il Decreto Minniti, le stime circa l’indice di vecchiaia, il tasso di occupazione e il tasso di produttività dovranno essere nuovamente riviste. Già nel corso del 2018, con il Rapporto n. 19, la Ragioneria Generale dello Stato ha dimostrato come l’indice di vecchiaia risulti strutturalmente più elevato: a partire dal 2040, si collocherà intorno ad un livello del 280%, contro il 265% della precedente previsione (Rapporto n. 17). La contrazione del flusso migratorio si riflette negativamente, nella misura di un terzo circa, sul tasso di crescita della produttività. Il tasso di occupazione – secondo tale analisi – passerà dal 57,2% del 2016 al 66,4% dell’anno 2070. Tuttavia, le persone in età attiva (15-64 anni) sono previste in diminuzione del 6% nel decennio 2020-2030, con ulteriori riduzioni fino alla fine del periodo considerato, quando tale indicatore sarà sceso sotto i 30 milioni di persone (2070: 28.9%, -26,2% rispetto al 2020).

Il periodo 2020-2045 vedrà così un progressivo aumento della spesa per pensioni in rapporto al prodotto interno lordo (nonché quella per sanità e per cure di lungo termine) in conseguenza dell’invecchiamento della popolazione. La coorte di età più numerosa, fra 45 e 60 anni, quella del baby boom, entrerà in quiescenza proprio nei prossimi 20-25 anni e potenzialmente può apportare un colpo letale ai conti pubblici. Nella peggiore delle ipotesi, l’impatto della variabile demografica comporterà un aumento della spesa per pensioni fino al 18% del PIL (il margine stabilito in sede internazionale – OCSE – per la stabilità dei conti è del 15%). Ma la sostenibilità finanziaria del sistema pensionistico si regge su previsioni di lungo periodo circa il PIL e l’incremento della base occupazionale particolarmente ottimistiche e quindi l’esito potrebbe essere anche peggiore.

Dal lato della sostenibilità sociale dei futuri assegni, occorre ricordare che il tasso di sostituzione netto (ovvero la misura di quanto il reddito disponibile di un lavoratore si modifica a seguito del pensionamento) per un lavoratore dipendente del settore privato, passerà da 80,2% nel 2020, a 69,9% nel 2040, vale a dire che la pensione netta disponibile sarà equivalente solo al 69,9% dell’ultimo reddito disponibile, un abisso se paragonato ai trattamenti riservati ai pensionati del sistema retributivo. Va peggio, ovviamente, per un lavoratore autonomo, il quale vedrà il proprio reddito disponibile scendere al 67,4% della propria retribuzione equivalente netta.

Per tutte queste ragioni, nel Manifesto di Possibile, abbiamo sostenuto che l’impegno primario debba essere volto verso la crescita (sostenibile) e il lavoro (stabile e ben remunerato). Senza queste precondizioni, è aleatorio parlare di modifica dell’attuale disciplina sull’accesso ai trattamenti pensionistici. In secondo luogo, abbiamo ritenuto preferibile l’introduzione di un meccanismo di uscita flessibile per i lavoratori soggetti a condizioni usuranti.

Il governo giallo-verde ha seguito un’altra strada che termina però contro un muro.

Secondo Salvini «il diritto alla pensione di un 62enne, faccio una cifra a caso, vale un posto di lavoro e mezzo in più per un giovane». È una giustificazione valida per questo accanimento? Chi insiste sulla vecchia equazione ‘pensionamenti anticipati equivale a dare lavoro ai giovani’ vi sta mentendo. È ampiamente noto che non vi è nesso di causalità diretta tra pensionamenti e assunzioni. A sostegno di questa affermazione, oltre all’ampia trattazione scientifica in materia, si ricorda il Focus n. 6/2016 dell’Ufficio parlamentare del bilancio (UPB), nel quale si scrive che:

Riforme che promuovono il prolungamento della vita attiva, […] trovano un importante supporto nel filone della letteratura noto come lump of labor fallacy (nel seguito “LLF”). Secondo questa letteratura non esiste un vincolo superiore alla domanda di lavoro, e aumenti di occupazione degli anziani non sottraggono spazio alle altre fasce di età.

Allo stesso tempo, non esiste un vincolo inferiore alla domanda di lavoro, e riduzioni di occupazione dei lavoratori anziani non sempre equivalgono ad aumenti di lavoro per le altre fasce di età, specie in un contesto di crescente automazione dei processi lavorativi. Nel documento di UPB si cita – per l’Italia – la ricerca a firma di A. Brugiavini e F. Peracchi (2010) che prende in esame il periodo 1970-2005: su archi temporali lunghi, non c’è crowding-out generazionale, e quante più persone disposte a lavorare ci sono, tanto più alti riusciranno a essere l’occupazione totale e il valore prodotto.

Cosa sono serviti tutti questi mesi di dibattito intorno ad un provvedimento che man mano è stato ridotto di portata sino a mantenere in piedi la sola insegna? Mesi di spreco di parole che hanno causato un danno in miliardi di euro di interessi sul debito. Ovviamente a valere sulle generazioni future.

 

 

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