Notaboo, a tutto campo

Credo che i tabù siano uno dei mali della nostra società, soprattutto se legati agli stereotipi di bellezza e accettazione del “diverso”. Affrontare certe tematiche cercando un modo gioioso, emozionale e innovativo può essere una rivoluzione per il nostro Paese troppo spesso annegato nelle proprie vergogne. Crediamo che se si vuol far cultura questa non possa non affrontare certe tematiche e saremo felici di essere supportati in questo percorso così complesso.

Il progetto “NOTABOO” cerca di proporre percorsi in cui il fine è l’identificazione del proprio tabù e il suo progressivo ridimensionamento fino ad eliminarlo o quantomeno non renderlo estremamente negativo nella propria vita o con chi vi relazionate.

Mi chiamo Maximiliano Ulivieri, sono toscano ma vivo a Bologna dal 2011. Sono affetto da una “simpatica” patologia denominata Charcot-Marie-Tooth o CMT, nel mio caso nella forma 1A. Insomma, per dirla semplice, sono un mucchio di ossa storte. O se vogliamo vederla artisticamente: un Picasso. Sono nato nel 1970. Sposato dal 2008. Lavoro nel campo del turismo accessibile dal 2009 con il sito www.diversamenteagibile.it. Da 2 anni sono responsabile del progetto “LoveGiver” per istituire anche in Italia la figura dell’assistente sessuale per persone con gravi disabilità. Per maggiori informazioni (ho portato anche un ddl in Senato) potete visitare il sito www.lovegiver.it.

Il progetto “NO-TABOO” è un lavoro che porta a un completamento del processo di cambiamento culturale che cerchiamo di portare avanti con il mio team e con chi vuole aiutarci e sostenerci.

“NOTABOO” presenta una serie di attività rivolte a varie categorie di persone. Sono previsti percorsi formativi a riguardo della tematica sessualità̀ e disabilità.

I percorsi possono essere rivolti a operatori del settore, famiglie con figli/e disabili, persone con disabilità. Le principali attività riguardano la gestione emozionale, elementi di fisiologia e sessuologia, comunicazione e relazione di aiuto, etica ed educazione sessuale, sotto forma sia teorica che esperienziale.

In particolare i percorsi formativi intendono approfondire i temi del diventare adulti e della ricerca di autonomia soffermandosi tanto sulla sfera delle relazioni (famigliari, affettive, amicali ed amorose) quanto sulla crescita individuale. Particolare attenzione viene data al tema della corporeità intesa nella sua complessità, ovvero intrecci di affettività, sessualità, emotività ed eros.

Per favorire la qualità della vita, benessere ed autonomia è necessario, infatti, che anche le persone con disabilità, i loro famigliari e i professionisti che con essi operano, trovino uno spazio di riconoscimento e confronto. Vi sono bisogni che influenzano la possibilità di essere felici che caratterizzano l’essere umano in quanto corpo in relazione con sé e con gli altri.

I percorsi di formazione culturale saranno anche di prevenzione alla violenza di genere, alla discriminazione ed emarginazione sessuale ed affettiva per la promozione della salute e del benessere psicofisico e sociale per tutti. Per un rispetto delle differenze per una parità tra i sessi.

Le metodologie didattiche saranno attive, prevedendo simulazioni e giochi al fine di favorire un atteggiamento rilassato e positivo nei confronti dei temi trattati, e comprenderanno anche attività satellite che possono aiutare questo processo di cambiamento, come la danza. Quando si pensa alla danza, la mente umana si proietta quasi automaticamente verso un concetto classico che esclude a priori moltissime persone, in particolare i disabili, i quali non sono in possesso delle capacità e condizioni ritenute indispensabili per praticare questo tipo di attività. Tale pregiudizio e dunque tabù è limitante per chi ha dei problemi ed impedisce loro sia di fare esperienze sociali, emozionali e fisiche forti, sia di sviluppare una propria espressione artistica. Se nell’arte dell’amore il corpo è ritenuto il principale attore la danza può liberarlo ancor di più dai suoi possibili limiti. È un approccio non solo fisico ma anche mentale. Nella danza ti affidi all’altro totalmente e l’altro ricambia con altrettanta incondizionata fiducia. Nella nostra “house” si terranno corsi di danceability. Un modo per abbattere ancor di più quel timore del contatto, dell’abbandono all’altro. La danza è liberatoria. Per tutti.

Oltre alla danza, anche il teatro, includendo attori con diverse abilità perché si crede nella potenza della verità scenica che queste persone esprimono naturalmente sul palco: qualsiasi cosa raccontino, portano il segno evidente della loro storia, attraverso corpi non sempre facili da abitare. Il lavoro sulle differenze, l’integrazione e l’approfondimento di tematiche legate all’emarginazione sociale avviene da sé, insieme alla produzione artistica e alla formazione.

Queste sono solo alcune delle attività che vogliamo svolgere. Il mio sogno? Avere una struttura dove poterlo fare. Intanto nella città in cui vivo, Bologna. Poi replicarlo in altre città. Per far ciò abbiamo bisogno di molte tipologie di aiuto, compreso fondi. Partecipo in questi giorni a un piccolo bando. Non che dia molto ma è anche un modo per far girare il progetto. Un voto sarebbe gradito. Lo si può fare cliccando qui.

Vi ringrazio della lettura e spero di avervi al nostro fianco in questa battaglia sui diritti di ogni persona.

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