I quesiti referendari, spiegati bene

La campagna referendaria, dopo il deposito degli otto quesiti presso la Corte di cassazione il 16 luglio e la presentazione pubblica al Politicamp, con discussione in un tavolo dedicato, ha preso il largo.

I simpatizzanti e militanti di Possibile stanno presentando nelle segreterie comunali e nelle cancellerie dei tribunali e delle corti di appello i moduli per la vidimazione e i più veloci hanno già avviato la raccolta delle firme. Ne serviranno 500.000, da raccogliere – questo l’obiettivo per poter votare nella primavera 2016 – entro il 30 settembre (in realtà qualche giorni prima, per poterle depositare).

La campagna è aperta a tutti, come a tutti è stata aperta la proposta. I referendum, infatti, partono dal basso, con il contributo di tutti. È questa la loro grande forza. Noi abbiamo semplicemente creato una possibilità. Questa è del resto la ragione della nostra esistenza: creare possibilità, alternative, consentire di scegliere.

Lo abbiamo spiegato più volte, a partire dalla nostra prima proposta sui referendum in materia elettorale (il 13 maggio): rispetto a un Parlamento che ha compiuto, spesso sotto la minaccia del voto di fiducia richiesto dal governo, scelte su cui mai era stato chiesto il voto (non essendo state contenute nel programma elettorale del partito democratico né in quello di chi, avendone vinto il congresso ha su questa base costituito il governo che le ha compiute), pensiamo che gli elettori debbano esprimersi almeno dopo: per poterle cancellare o modificare.

Si tratta anzitutto di una questione democratica. Di quella partecipazione sulla quale tanto abbiamo insistito e continuiamo a insistere. In sede pubblica e parlamentare, anche attraverso una proposta di revisione costituzionale mirata, che non ha avuto grande seguito, naturalmente, nella proposta (anche questa governativa) di revisione costituzionale.

Non crediamo, infatti, accettabile che gli elettori debbano tacere sempre e comunque per cinque anni, mentre magari chi li governa compie scelte che mai erano state sottoposte loro. Da qui i referendum possibili, su quattro principali questioni: la legge elettorale, la riconversione ecologia dell’economia (e lo sblocca Italia), i diritti dei lavoratori, la scuola e la libertà di insegnamento.

Si tratta – come evidente – di questioni cruciali, di aspetti fondamentali secondo la nostra Costituzione.

La legge elettorale. Soltanto una legge elettorale che restituisca ai cittadini la possibilità di scegliere i propri eletti, con proposte chiaramente alternative, potrà riportare gli elettori alle urne e garantire che le scelte successivamente compiute in Parlamento siano frutto degli impegni assunti con il programma elettorale. L’Italicum va in tutt’altra direzione: lascia ai partiti la scelta della gran parte degli eletti; consente a chi arriva primo di ottenere comunque una maggioranza ampia, anche se il suo risultato è stato modesto; determina la formazione di un partitone di governo con tanti partitini di opposizione, frammentata (per legge) e così incapace di rappresentare un’alternativa. Per questo riteniamo che l’Italicum vada abrogato, secondo quanto prevede il secondo quesito. Ciò è possibile perché rimarrebbe comunque applicabile il consultellum (che non è il sistema migliore, ma certamente è conforme alla Costituzione, essendo risultato da una decisione della stessa Corte costituzionale), consentendo di approvare davvero una legge che assicuri la possibilità di scegliere i propri rappresentanti favorendo la possibilità di una stabile azione di governo (come avverrebbe con il Mattarellum nella versione che vigeva, fino al 2005, per il Senato). In ogni caso, riteniamo che almeno un punto vada certamente cancellato dall’Italicum: i capilista bloccati (privilegiati fidati del capo) e la loro possibilità di candidarsi anche in dieci collegi (come se avessero il dono dell’ubiquità). Ciò è possibile con il primo quesito.

La riconversione ecologica dell’economia. Da tempo siamo impegnati – anche con gli amici di Green Italia – ad affermare una nuova concezione dell’ambiente e dell’economia, in grado di collegare questi elementi in uno sviluppo sostenibile e virtuoso. Proprio l’opposto di quanto avviene con lo sblocca-Italia e con alcuni provvedimenti presi in precedenza e ispirati a un’idea di sviluppo del tutto datata e nociva per il benessere dei cittadini. Ne sono una dimostrazione palese le trivellazioni. Quelle in mare, a fermare le quali è mirato il terzo quesito. Ma anche le trivellazioni in generale, che sono state definite strategiche così da poter utilizzare tutta una serie di procedure derogatorie, spesso latrici – come noto – di abusi e corruzione. Ecco, quindi, che il quarto quesito, vuole superare tutto questo. Ma la questione delle deroghe e “semplificazioni” procedurali viene da lontano, dalla particolare attenzione per le grandi opere, che abbiamo visto avere portato ai più grandi episodi di corruzione e malaffare. Per questo riteniamo sia da superare la politica delle grandi opere e delle procedure in deroga. Servono procedure semplici ma uguali per tutti e in grado di consentire gli adeguati controlli (anche questi uguali per tutti). A questo mira la abrogazione della legge obiettivo con il quinto quesito.

La tutela del lavoro. Il lavoro non è, per la nostra Costituzione, un elemento qualunque, ma il fondamento della nostra Repubblica. È la stessa base della cittadinanza e di una reale uguaglianza. Per questo esso ha avuto una particolare tutela soprattutto dal 1970. Si tratta di tutele che devono essere adeguate e rese più coerenti con le nuove esigenze del mercato. In questo senso la proposta Civati sul contratto a tutele crescenti. Tuttavia con il jobs act sono state ulteriormente diminuite le garanzie già ridotte dalla riforma Fornero e è stato previsto un contratto – non unico, come invece avrebbe dovuto essere – a tutele crescenti male e poco. Per questo con il sesto quesito si intende eliminare la nuova disciplina sul demansionamento, che contrasta con la protezione della dignità e della professionalità del lavoratore e con il settimo restituire la tutela dai licenziamenti compiuti in violazione della legge.

La scuola. La scuola è il primo momento di formazione dei cittadini. È attraverso l’istruzione che si forma un cittadino libero e consapevole. La scuola deve essere pluralista, aperta, basata su una piena libertà di insegnamento. Deve rappresentare una comunità di persone libere e uguali nella differenza delle loro funzioni. La legge di riforma della scuola appena approvata dal parlamento va in tutt’altra direzione: acuisce le disuguaglianze sociali, rompe il concetto di comunità, minaccia la libertà di insegnamento e il pluralismo. Si tratta di un sistema da ripensare interamente ma che risulta avere la sua cifra caratterizzante nella individuazione di un preside-manager che “capeggia” tutta la comunità, a partire dal suo potere di chiamata diretta, rompendo così quei fondamenti ai quali abbiamo fatto riferimento. Per questo l’ottavo quesito riporta il dirigente scolastico al suo ruolo, che non è certo quello di un manager, e mira a riportare un significato di uguaglianza, pluralismo e di comunità.

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