Costituzione, Andrea Pertici a Radio Popolare: la riforma crea squilibrio dei poteri costituzionali

Il professor Andrea Pertici, ordinario di Diritto costituzionale all’Università di Pisa torna a parlare ai microfoni di Radio Popolare nel ciclo di trasmissioni dedicate alla revisione della Costituzione approvato dal parlamento con l’ultimo voto del 12 aprile scorso e oggetto del referendum confermativo di ottobre.

Nella puntata precedente il professore ha analizzato punto per punto le parti principali del progetto di revisione costituzionale, che va a modificare due parti importanti della Costituzione, due pilastri: la parte che riguarda il parlamento (la sua composizione ed elezione, il maggior peso del governo nell’attività legislativa, le competenze differenziate tra Camera e Senato); e la parte che riguarda il rapporto Stato-Regioni. Anche in questo caso c’è in gioco un pezzo del potere legislativo, con un ri-accentramento delle competenze in capo allo Stato.

Nel progetto Renzi-Boschi ci sono poi altre modifiche che riguardano la partecipazione dei cittadini alla formazione delle leggi: l’aumento a 150 mila firme per le leggi di iniziativa popolare, l’introduzione del referendum propositivo e la modifica parziale del referendum abrogativo.

«Non c’è dubbio – spiega il professor Pertici nel corso della puntata di Memos – che il progetto contenga un rafforzamento del governo. È un elemento di continuità rispetto a precedenti proposte di revisione costituzionale. Da questo punto di vista il testo (Renzi-Boschi, ndr) non presenta alcuna novità. Mentre nelle altre ipotesi di revisione si incideva direttamente sul governo, qui le modifiche dirette alla parte sul governo sono poche. Nel testo di modifica attuale, però, il rafforzamento dell’esecutivo si realizza mediante l’indebolimento del Parlamento. È un modo di procedere criticabile.

La costituzione degli Stati Uniti, una costituzione rigida che ha ormai una durata plurisecolare, dimostra che l’equilibrio tra i poteri si realizza se tutti i poteri sono forti. Negli Stati Uniti – fa notare Andrea Pertici – è forte sia il parlamento che il presidente. Qui, invece, si vuole rafforzare il governo indebolendo il parlamento, cosa davvero poco auspicabile. L’indebolimento del parlamento si accompagna poi in questo progetto all’indebolimento del corpo elettorale. Gli elettori, infatti, non scelgono più due camere, ma una sola. Inoltre, gli elettori non vedono migliorata la loro posizione in relazione agli istituti di democrazia diretta. Nel testo “Renzi-Boschi” non si prevede che le proposte di iniziativa legislativa popolare debbano essere “necessariamente” affrontate dal parlamento.

Per il referendum abrogativo cambia davvero poco: sarebbe stata positiva la notizia di un abbassamento del quorum senza che fosse quasi vanificata dal previsto innalzamento del numero delle firme (da 500 mila a 800 mila). Infine, particolarmente deludente è la norma che “finge” di introdurre i referendum propositivi perché tutto viene rinviato ad una legge costituzionale. Considerate, su quest’ultimo punto, che per la sola legge ordinaria di attuazione del referendum abrogativo il parlamento ha atteso ventidue anni (dal 1948 al 1970) – fa notare il professor Pertici – e non per colpa del bicameralismo, ma piuttosto per il fatto che i partiti non gradivano molto il referendum abrogativo, e qualcosa mi fa pensare che non gradiranno molto neanche quello propositivo».

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