Come e perché è possibile un futuro senza nucleare

La produzione di energia elettrica in impianti nucleari è da sempre un tema estremamente controverso. Provare a parlarne a trent’anni dal disastro di Černobyl’ e a cinque da quello di Fukushima Dai-ichi è estremamente difficile, ma ci proviamo lo stesso.

L’industria nucleare non se la passa tanto bene

Gli anni del boom nucleare sono lontani se si pensa che globalmente tra il 1970 e il 1990 si passò da 20 GW a 320 GW installati, un aumento del 1500%. Ma dal 1990 a oggi si è passati da 320 a 383 GW, un aumento di solo il 20% in 25 anni.

Oggi, secondo l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, sono attivi 444 reattori  Più della metà della potenza installata è localizzata in tre paesi: USA, Giappone e Francia. Più della metà della potenza installata coinvolge reattori che hanno almeno 30 anni di vita. Gli impianti nucleari producono complessivamente circa il 10,3% dell’elettricità prodotta nel mondo: nel 1996 era il 17,6%.

Nuovi impianti

Otto dei dieci impianti messi in funzione nel 2015 sono in Cina, uno in Corea del Sud e uno in Russia. Nell’Unione Europea sono in corso di realizzazione 4 impianti: due in Slovacchia, uno in Francia e uno in Finlandia.

I due impianti slovacchi sono in costruzione a Mochovce, sotto la responsabilità di ENEL. Si tratta di progetti iniziati negli anni ’80 quando la Cecoslovacchia faceva parte del Patto di Varsavia. Dopo il crollo del blocco sovietico i lavori si interruppero nel 1991 per poi riprendere nel 2008. Gli impianti dovevano entrare in funzione tra il 2012 e il 2013 ma saranno probabilmente pronti tra il 2017 e il 2018. Nel frattempo il budget è passato da 2,8 a 4,6 miliardi di euro.

L’impianto di Olkiluoto, in Finlandia, è invece una tecnologia nuova, cosiddetta di terza generazione, del tipo EPR. È in costruzione dal 2005 e avrebbe dovuto essere operativo nel 2010. Ora si prevede che sarà collegato alla rete alla fine del 2018. I costi di realizzazione sono passati da 3 a 9 miliardi di euro che ancora non si sa bene chi pagherà. Lo si deciderà in un arbitrato internazionale.

Una vicenda analoga a quella dell’impianto francese di Flamanville: un reattore EPR che doveva costare 3,3 miliardi ed entrare in funzione nel 2013 costerà invece oltre 10 miliardi e sarà messo in rete nel 2018. Forse.

I costi dell’elettricità nucleare

A Flamanville le aziende coinvolte sono Électricité de France e Areva entrambe di proprietà dello stato francese per oltre l’80%. Le stesse aziende (con la stessa tecnologia) dovrebbero realizzare l’impianto inglese di Hinkley Point. EDF ha ottenuto nel 2013 un accordo che garantisce l’acquisto di elettricità per 35 anni a un prezzo pari a 92,5 sterline per megawattora. Ciononostante non è ancora sicuro che l’impianto verrà realizzato, e non è per nulla certo che EDF possa sopravvivere all’impatto finanziario di questa operazione senza un deciso intervento dello stato francese.

Peraltro le rinnovabili già oggi sono in grado di produrre elettricità a prezzi più competitivi. L’elettricità da impianti eolici o solari in UK costa mediamente 80 sterline.

Lo stesso sorpasso è avvenuto in India dove impianti fotovoltaici entrati recentemente in funzione sono in grado di vendere l’elettricità a un prezzo compreso tra 4,34 e 4,63 rupie, mentre è in via di realizzazione l’allargamento di un impianto nucleare esistente che verrà forse completato entro 4 o 5 anni e venderà l’elettricità a 6,3 rupie.

In pratica con le rinnovabili si possono fare impianti che entrano in funzione in pochi mesi e producono elettricità che costa tra il 25 e il 30% in meno di quella che produrrà un impianto nucleare (forse) pronto nel 2020.

Sì lo so. L’eolico e solare sono fonti intermittenti e non programmabili e questo è un problema per la rete. Ma allo stesso modo un impianto nucleare è estremamente rigido, si può spegnere solo lentamente: anche questo è un problema per la rete, anche se di diversa natura.

Chi ha pagato finora?

Ma perché allora si realizzavano e si realizzano impianti nucleari? L’energia da nucleare non è così conveniente come normalmente si tende a pensare?

È molto complicato rispondere a queste domande, perché le politiche nazionali sul nucleare sono inevitabilmente intrecciate alle politiche della difesa a quelle sull’industria pesante. Le notizie quindi sono quasi sempre riservate e chi ha provato a fare valutazioni si è dovuto basare solo su dati americani e francesi.

Possiamo però dire alcune cose. La tecnologia nucleare ha visto crescere i costi nel tempo. Questo dipende da una serie di fattori, ad esempio l’innalzamento degli standard di sicurezza, che ha come ulteriore effetto l’allungamento dei tempi di realizzazione. In economie mature conta molto anche l’aumento del costo del lavoro.

Inoltre gli oneri finanziari sono molto rilevanti, visto che la grande parte dei costi di realizzazione sono affrontati prima che l’impianto inizi a produrre un solo chilowattora. Se uno stato è in grado di garantire un prestito a basso tasso di interesse ovviamente i costi si abbattono. Se invece il prestito va chiesto sul mercato finanziario (considerando anche i rischi nei tempi di realizzazione) i costi inevitabilmente si impennano.

In pratica dove funziona il mercato il nucleare non sembra avere un grande futuro.

Solo gli impianti realizzati trenta anni fa sono in grado di mantenere prezzi di vendita concorrenziali, almeno fino quando non si tratterà di doverli dismettere.

Una bella cambiale in scadenza

Appunto: e quando li si dovrà dismettere? La norma europea prevede che i costi di smantellamento e quelli della gestione del combustibile esaurito (ma ancora radioattivo) siano a carico dei proprietari degli impianti. Come riporta il Programma indicativo per il settore nucleare presentato a inizio aprile dalla Commissione Europea: “i fondi necessari devono pertanto essere accumulati dagli operatori fin dai primi anni di esercizio dell’installazione ed essere accantonati al fine di limitare, nella misura del possibile, il rischio di passività finanziarie per i governi”.

Lo stesso Programma indica in 253 miliardi le risorse necessarie di qui al 2050. A tal fine sarebbero già stati accantonati 133 miliardi. Ma non tutti i paesi sono nelle stesse condizioni. Ad esempio in Francia EDF ha stimato i costi di dismissione in 300 milioni di euro per gigawatt installato. In Germania la stima è di 1400 milioni, in UK 2700 milioni. Poiché gli accantonamenti francesi di EDF si basavano su queste stime è chiaro che nei prossimi anni lo stato francese potrebbe andare incontro a gravi problemi finanziari. Se consideriamo che gli impianti francesi ammontano a oltre 60 GW, potrebbero mancare all’appello tra gli 80 e i 150 miliardi di euro. Una cambiale in scadenza che si aggiunge alle attuali enormi difficoltà finanziarie di Areva ed EDF. A spese dei contribuenti francesi.

Rischiatutto

I rischi finanziari sono solo una parte dei rischi connessi alla generazione di elettricità da impianti nucleari. È stato recentemente mostrato come i rischi di incidente in un impianto nucleare si siano dimostrati nella realtà più frequenti di quanto ci si attendeva.

Per il futuro conteranno di più le lezioni imparate dagli incidenti passati (che dovrebbero quindi far scendere il rischio di incidente) o invece conterà di più l’età degli impianti (che invece dovrebbe far salire tale rischio)? Difficile rispondere.

Ma è forse interessante considerare come gli impianti nucleari siano gli impianti di generazione di elettricità che utilizzano più acqua in assoluto, per il raffreddamento. Se i modelli dei climatologi sono corretti, è probabile che i cambiamenti climatici possano portare una riduzione delle piogge nel sud dell’Europa che potrebbe causare problemi alla gestione degli impianti.

Uscire dal nucleare: si può?

Gli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra che la comunità internazionale si è data sottoscrivendo l’accordo di Parigi sono già abbastanza ambiziosi. Se poi a questo aggiungiamo anche lo smantellamento delle centrali nucleari diventano apparentemente irraggiungibili. Eppure la Germania si è impegnata a uscire dal nucleare entro il 2022. La Francia vuole scendere dal 75 al 50% di produzione da nucleare entro il 2025.

Ma forse la sfida più interessante oggi si sta giocando in Giappone, dopo che nel 2011 tutti gli oltre 40 impianti nucleari del paese furono spenti per verificarne le condizioni di sicurezza, a valle dell’incidente a Fukushima Dai-ichi. Da allora solo un paio di reattori sono stati riattivati. Il terzo è stato spento dopo pochi giorni dal riavvio.

Il paese ha dovuto quindi rapidamente farsi carico di una piccola rivoluzione energetica. È interessante notare una frazione rilevante dell’elettricità non più prodotta sia stata semplicemente risparmiata.

Grazie soprattutto alla azione popolare del movimento “Setsuden”, che ha coinvolto famiglie e imprese, nel 2013 si sono ridotti i consumi di 79 TWh, equivalenti alla produzione di 13 reattori nucleari.

Si è poi lavorato per aumentare la quota di elettricità prodotta dalle rinnovabili, con circa 27 GW di fotovoltaico installati in soli tre anni. Il fotovoltaico nel 2015 ha coperto circa il 4% della produzione elettrica, era solo lo 0,7% nel 2012.

Quello che è interessante è lo scontro tra le grandi aziende elettriche che premono per la riattivazione delle centrali nucleari e l’azione delle comunità locali (a partire da quelle coinvolte nel disastro di Fukushima) per arrivare al 100% di elettricità da rinnovabili entro  il 2030 o il 2040.

La sfida è aperta e l’esito non è scontato. Ma se non altro le rinnovabili possono finalmente giocare la loro partita, anche rispetto all’energia nucleare.

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