Stadio e business park: la questione sulla scrivania di Virginia Raggi

La vicenda di un nuovo stadio a Roma in località Tor di Valle, sebbene venga analizzata dagli osservatori come un tema locale, è in realtà una questione nazionale. La capitale è il laboratorio per sperimentare per la prima volta la cosiddetta “legge sugli stadi”, base normativa su cui poggia, in deroga ai piani regolatori vigenti, l’intera procedura. Siamo di fronte ad una grande operazione immobiliare da parte di un privato in cui lo stadio è solo il pretesto per incassare una rendita enorme, ennesimo esempio di urbanistica contrattata dal forte impatto sulla città. Le società di calcio italiane, a differenza di quelle degli altri paesi, non ritengono sufficienti le entrate derivanti da biglietti, sponsor e diritti televisivi e tentano di incrementare i propri introiti con investimenti finanziari e immobiliari che nulla hanno a che vedere con lo sport. Incredibilmente in loro soccorso interviene la legislazione nazionale con la complicità degli enti locali. Innanzitutto va sottolineato che la legge n. 147/2013 non è una normativa organica sugli impianti sportivi, bensì l’insieme di 3 commi (303, 304, 305) contenuti nella legge di stabilità 2014 del governo Letta, secondo cui si prevedono misure per la “semplificazione delle procedure amministrative e la previsione di modalità innovative di finanziamento” per l’ammodernamento o la costruzione di nuovi impianti sportivi. Compito dell’amministrazione è di valutare la proposta e dichiararne, se lo ritiene opportuno, il “pubblico interesse”. L’innovazione consisterebbe nel far costruire cubature a copertura dei costi di costruzione di opere private. La normativa voluta da un governo bipartisan, non fa che confermare come in Italia l’urbanistica, già smantellata nel corso degli ultimi 20 anni da provvedimenti di deregulation di ogni parte politica, non esista più.

Nel caso specifico la prima fase dell’iter si era conclusa il 22 dicembre 2014 con la delibera di pubblico interesse da parte della Assemblea Capitolina, che condizionava l’iniziativa privata alla realizzazione di una serie di infrastrutture, i cui costi venivano compensati con cubature aggiuntive a favore del proponente.

La delibera n. 132/2014 si basava sull’investimento da parte del proponete di 195,25 milioni di euro per la riorganizzazione della rete stradale ed il potenziamento del trasporto su ferro. A tal fine le previsioni del PRG, che prevedeva “verde privato attrezzato”, venivano più che triplicate dalla giunta Marino, portando la capacità edificatoria a 354.000 mq (1.133.000 mc). Di queste superfici solo il 14% corrisponderebbe allo stadio e agli spazi connessi; il restante 86% comprenderebbe il cosiddetto Business park, cioè quella cubatura individuata dall’amministrazione per il “raggiungimento del complessivo equilibrio economico-finanziario dell’iniziativa” e composto da tre grattacieli da 200 metri, più altri edifici per attività direzionali, ricettive e commerciali.

A seguito della presentazione del progetto definitivo da parte di Eurnova S.r.l., società del gruppo Parsitalia (che agisce anche per conto della AS Roma, la quale risulterebbe non proprietaria bensì affittuaria dello stadio) il 3 novembre ha avuto inizio, presso la Regione Lazio, la seconda e ultima fase della procedura con la convocazione della Conferenza dei Servizi.

Chiusa con molti tentennamenti la questione Olimpiadi 2024, il nuovo stadio a Tor di Valle è perciò l’altro grande tema urbanistico cui la giunta Raggi si trova a dover dare risposta dall’inizio del proprio mandato. Nella passata consiliatura l’attuale sindaca e gli altri due consiglieri del M5S (De Vito e Frongia) avevano votato contro tale intervento. Sarebbe stato doveroso attendersi che la nuova amministrazione revocasse la delibera di pubblico interesse, invece la giunta lascia che si avvii la Conferenza dei Servizi affidando alle indiscrezioni giornalistiche la poca sintonia con l’assessore all’urbanistica Berdini, il quale si è detto in varie occasioni favorevole a costruire solo lo stadio e a cancellare le opere pubbliche inutili, se non in certi casi irrealizzabili, pensate esclusivamente per soddisfare la richiesta di ulteriori cubature del privato.

Con la rendita e la finanza internazionale che pretendono di continuare a far crescere la città secondo le proprie esigenze, quel che insomma è sotto attacco è il concetto stesso di città pubblica. Su tale fondamentale questione si valuterà la capacità di questa amministrazione di voler voltare veramente pagina rispetto a un modello di urbanistica che ha devastato le nostre città negli ultimi anni. Bisogna tornare ad un potere pubblico che anziché pagare in moneta urbanistica le opere di cui necessita la città negoziandole col privato, pianifichi in nome dell’interesse generale.

Andrea Sili, Comitato “Cento Passi – II Municipio” di Roma

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