Tra tutte le idee geniali degli ultimi giorni, l’istituzione del “reato di povertà” è sicuramente l’ultimo emblematico esempio della totale mancanza di direzione politica a cui la Giunta comunale sta condannando la città di Roma.

Una decisione assurda, perché povertà e fame non possono e non devono essere considerati reati: sono, invece, conseguenze di un determinato modello socio-economico.

Reo non è chi rovista nella spazzatura in cerca di cibo e vestiti ma chi, amministrando la cosa pubblica, non lavora affinché questo non succeda.

Rei sono tutti coloro che alimentano questo sistema attraverso la reiterazione di politiche economiche che si concentrano sulla accumulazione di ricchezza e incremento dei consumi, ma che non tengono conto di welfare e politiche redistributive.

Praticamente, la Raggi avrebbe dovuto sanzionarsi da sola.

Ma c’è una buona notizia: se la fame è una conseguenza del modello attuale e non una causa, è anche possibile presentare proposte che possano portare all’alleviamento della povertà e al miglioramento della qualità della vita dei più bisognosi.

Come?

  • riducendo i comportamenti che generano inefficienze e esternalità negative, dei singoli e delle collettività;
  • incrementando comportamenti virtuosi che possono ribaltare l’attuale andamento e innescare trend positivi;
  • attuando politiche redistributive e misure di protezione sociale.

Le esternalità, siano esse positive o negative, sono conseguenza della sommatoria dei comportamenti di tutti i soggetti in causa (stato-mercati-famiglie-individui).

Il modo migliore per non produrre esternalità negative è la loro limitazione. Può sembrare tautologico, ma è semplicemente la logica applicazione del principio di riduzione degli sprechi, che determina una migliore redistribuzione delle risorse attraverso il recupero alimentare.

Questa problematica potrebbe quindi essere affrontata con l’istituzione di frigoriferi solidali di quartiere: degli spazi attrezzati con scaffali e refrigeratori (se il Comune mettesse a disposizione questi locali, sarebbe favorito anche il recupero del patrimonio pubblico inutilizzato) gestiti da individui e associazioni per la raccolta delle eccedenze alimentari provenienti da privati cittadini o attività commerciali, dove chi ha bisogno può “fare la spesa” a titolo gratuito.

Un semplice incontro di domanda e offerta di cibo altrimenti sprecato che restituisca dignità ai più bisognosi senza distinzione di sesso, razza, nazionalità, lingua, religione o ideologia: perché se è vero che vedere una persona rovistare nella spazzatura può urtare la sensibilità (?) di alcuni, forse sarebbe opportuno chiedersi come si sente chi è costretto a farlo per sopravvivere o per dare da mangiare ai propri figli.

Diversamente da quanto attualmente previsto dalla normativa nazionale, le donazioni potrebbero essere stimolate attraverso incentivi e sgravi fiscali come, ad esempio, la diminuzione della TARSU in base alla quantità di cibo donato.

Tutto questo può essere implementato in un’ottica di sviluppo sostenibile: con l’istallazione di compostiere per lo smaltimento dei rifiuti organici (provenienti dal frigorifero solidale di zona e da singoli cittadini/attività commerciali) chi gestisce il “frigorifero di quartiere” sarà responsabile per lo smaltimento di eventuali scarti destinati alla produzione di fertilizzanti organici che, a loro volta, potranno essere utilizzati – ad esempio – per il mantenimento del verde pubblico, favorendo la creazione di circuiti “zero-waste” e il miglioramento della qualità della vita di chi sopravvive al di sotto di una determinata fascia di reddito.

È una proposta che ha bisogno di studio, tempo e programmazione, e che ha già però trovato attuazione in maniera virtuosa, ad esempio a Berlino, o in Spagna.

Ma soprattutto è un’idea che, per crescere, ha bisogno dell’aiuto di tutti: dai singoli individui ai collettivi dei centri sociali.

Questa è una battaglia umana, prima che politica, se vogliamo dare a questa città e a questo mondo una possibilità di condizioni di vita migliori per chi c’è adesso e per chi verrà dopo di noi.

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